La nudità del fatto

 

La smania di indagare la Phänomenologie affermandone la sacralità, orbene, definì i contorni di quel che della Phänomenologie sarebbe stato. Nietzsche, senza meno, ne ebbe oracolistici sentori.

Se, dai tempi della Phänomenologie des Geistes, al filosofare si attribuirono funzioni siffattamente laide da esser sconosciute persino alla pratica, ciò si deve a quel nucleo vincolante proprio dello stesso filosofare. Il soggetto che, come dice Hegel, «si trova in contraddizione tra la sua totalità, sistematizzata nella sua coscienza, e la determinatezza particolare che non ha scorrevolezza e non è ordinata e subordinata», non può che confidare esclusivamente nella richiamata determinatezza particolare. Il concetto–non–qualificato, spogliato delle sue fittizie infiorettature, costituisce il solo e infelice quoziente della nostra indagine qualificatoria. Osammo, insomma, una conclusione: ogni verità è tale in quanto indeterminata. Là dove l’atto della determinazione andò a buon fine, l’αλήθεια svaporò sperdendosi. Una volta per tutte. Se, come scrive Rensi, sulla scoperta dei Sofisti s’affrettò a calare lo spegnitoio socratico– platonico, tipico insigne esempio d’arte abilissima nel collocare i fatti nel bozzolo che li trasforma e nel soverchiare e nel mettere in silenzio la voce fastidiosa di chi li aveva presentati nudi, la nudità del fatto è quel che cercammo. Trattammo cogitationes ed explicationes come il nostro prodotto (fuori, come seme!), e così andava fatto. Avverto il peso del concetto gravare sulle mie passeggiate; ad ogni passo, incomputabili motivi per non farne più uno.

“Blanche. Una lettera pessimistica”, in libreria!

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Dalla prefazione di Sergio Cristaldi,

Professore ordinario di Letteratura italiana presso l’Università di Catania.

Da tempo, la filosofia non presume più di essere il culmine conoscitivo, l’acme di un processo iniziato ai primordi con la metafora, il racconto, il mito e giunto infine alla maturità del concetto, alla luce senza ombre di una ragione felicemente dispiegata, nel suo logos pervasivo e sistematico. Lo spirito di sistema è avvertito come un vizio, all’organicità assestata si preferisce l’imbastitura, e il taglio teoretico riesce insoddisfacente. Il filosofo vede le sue astrazioni sbiadire, rattrappirsi; sbircia con insistenza inquadrature che gli appaiono più corpose e incisive, quelle della poesia, della narrativa, del teatro, e medita di appropriarsene. Non solo e non tanto spostandosi dall’uno all’altro binario, cimentandosi in una parallela produzione artistica; ma sperimentando intersezioni. C’è forse un unico modo di far filosofia? Quello obbediente a una purezza dell’impostazione, tenuta sempre sulla corda sillogistica, sul basso ostinato di generalità che si vogliono riassuntive e risultano sfocate? La contaminazione degli approcci è, invero, una strategia ricca di promesse per chi insegue un senso sfuggente, pronto a sgusciare dalla labile presa di un discorso a una dimensione. Se si provasse a braccare questo elusivo quid con reti non semplicemente concettuali?
In questo libro, Giuseppe Di Fini intende svolgere un filo speculativo, e coopta infatti i soci del club teoretico, Kant, Hegel, Schopenhauer, Kierkegaard, Heidegger, suoi compagni di strada e di avventura, insieme ad altri della medesima confraternita. Ma già il titolo, Blanche, sembra annunciare un romanzo. E l’andamento della pagina non ha certo il ritmo meccanico del teorema e della dimostrazione geometrica, del quaeritur e del respondeo, con tanto di note a piè di pagina ed eventuali rinvii a un’appendice di approfondimento. Di Fini incide sentenze, pratica il gioco di parole, accende immagini, soprattutto restituisce un’indagine nel suo farsi, sperimentando in chiave filosofica uno strumento proprio della narrativa novecentesca, il monologo interiore, felicemente importato sul terreno saggistico e rimodulato come monologo interiore di idee. Vero è che la sua è una lettera (per la precisione pessimistica, ma il nome non vale meno dell’epiteto), e si rivolge costantemente a un destinatario, Blanche, correggendo la tendenza monologante con un conato dialogico: la riflessione è alla presenza (ideale) di qualcuno, cui il flusso di coscienza e di ragionamento si indirizza, anche se lo raggiungerà in differita. Precedenti non mancano, proprio nell’ambito del filosofare. Ma si noti. La scrittura qui non devia mai verso una leggerezza brillante, un’amabilità di gradevoli conversari, mantiene una densità assoluta. È bene che lo sappiano subito quei destinatari di secondo grado che sono i lettori: dovranno sintonizzarsi su una lunghezza d’onda impegnativa, concessioni alla pigrizia, all’inerzia mentale qui non se ne fanno. Di Fini non è didascalico, semmai è maieutico, cosa ben diversa (e ben più produttiva).
Si capisce che l’enunciazione proceda a ondate, tornando ad aggredire la medesima battigia: i problemi sono quelli immediatamente posti, il sondaggio li riattinge in un assedio accanito. Circolarità? Non priva di ampliamenti, comunque, l’orizzonte si conferma e insieme si allarga. Di Fini innesca una spirale con cerchi via via più larghi attorno al medesimo centro o, se si preferisce, al medesimo rebus. Poiché l’impegno conoscitivo è sempre leale e sempre spiazzato, apprende il male di vivere (senza nasconderlo) e insegue ragioni ultime che si negano. Qualcuno pretende, invece, di possederle?
La metafisica – siamo stati già messi sull’avviso – è la più pura delle pornografie, ha promesso di denudare l’indenudabile, «per poi venirne fuori denudata». Nemmeno l’arte, tuttavia, risulta a veder bene una panacea; essa è «la sola camuffatrice di quella violenza che è propria del dolore», tanto che «i profumi di morte di un patiens, nelle pastosità di una tela, odorano come le labbra degli amanti». Distribuite imparzialmente le denunce contro l’una e l’altra mistificazione, Di Fini può tirare le somme di una impasse: «Cerco dunque seriamente il bello? Il bello ha sempre in sé qualcosa di osceno. Cerco dunque la verità: ma la verità è un nubiloso richiamo allo strazio che ne è figlio». La modalità modernissima di un sondaggio concettuale-metaforico – dove però la formula non pretende più di razionalizzare esaustivamente e l’immagine rinuncia a ogni chirurgia estetica – è all’insegna del disincanto. Sigla del mondo è un vortice imperscrutabile di menzogna e di offesa. Ma l’io stesso è ben lungi dal rappresentare un’alternativa, non ha quarti di nobiltà che lo rendano preferibile al mondo, e sortisce infatti un uguale disprezzo. «Se non c’è perversione in ciò, trovo purezza nell’odiarmi». Nessun sentore di artificio, di compiaciuta iperbole in una simile denigrazione di sé. Anzi, non c’è nemmeno denigrazione: non si tratta di imporre sui propri lineamenti un marchio d’infamia, ma di constatare come stanno le cose, e atteggiarsi di conseguenza. Semmai, esiste un’uscita sul retro, non per sfuggire a una pressione altrui, bensì per scampare dal giudizio più inflessibile, il proprio: «Trovare se stessi; e disfarsene quanto prima». Un’interpretazione temperata si proverebbe magari a spiegare questo imperativo ai sensi di una semplice dimenticanza di sé. E sarebbe, tutto sommato, una prospettiva terapeutica, anche se priva di reale guarigione. Viene in mente la constatazione di Georges Bernanos: «Odiarsi è più facile di quanto si creda. La grazia è dimenticarsi. Ma se ogni orgoglio fosse morto in noi, la grazia delle grazie…». A questo punto, lo scrittore francese diverge, non è più parallelo e paragonabile, accedendo a un terreno di fede dove la considerazione della propria miseria non è più micidiale, poiché l’io giunge a percepirsi come un membro sofferente, e anch’esso amabile, di Gesù Cristo. Questo non può essere l’avvistamento di una nuda e cruda introspezione.
A Di Fini, alla sua verifica in termini umani, resta la torsione del contemptus sui in attenzione all’altro: un «esserci-con», un «esserci-per», secondo una declinazione dell’esistenzialismo in chiave di apertura intersoggettiva. Soluzione, s’intende, priva di inflessioni stentoree, tanto da essere consegnata in extremis, e con brevi cenni, quando il libro si sta ormai esaurendo. Una comunità umana gloriosamente compatta, e in marcia unanime verso traguardi in piena luce, o quanto meno “sostenibili”, è del tutto assente in questa discretissima conclusione. Verso la società, Di Fini non depone mai un sospetto affilato: «Il ventre sociale tiene stretti l’uno all’altro i dannati, tutti pronti a proteggersi vicendevolmente dalla verità: “È sufficiente che tu non veda!”». Se intersoggettività ha da esserci, dovrà allontanare i miraggi e le favole che facilmente intossicano l’homme social, ripiegato su un’offa di consolazioni in prima e in seconda serata. E in ogni caso, essa dovrà resistere all’omologazione, tutelando quella differenza che fa di ciascuno un’identità irriducibile, giustamente refrattaria a ogni standard. La cellula base resta il rapporto io-tu, in cui sussistono l’identità e l’alterità; fermo restando che l’alterità umana non coincide comunque con l’assoluto. Di Fini lascia imprecisato il profilo di Blanche: per non doverlo vistosamente intaccare?
Vi sono libri, è stato detto, che mordono e pungono. Eccone uno. Lucido verso i suoi stessi sbocchi. Il confederarsi fra uomini non è la salvezza, non è, insomma, l’equivalente secolare di Dio. Come inclinano di fatto a credere, magari senza rendersene conto, anche sedicenti uomini di religione. «Ci si chiede, per esempio, perché a parlare di Dio sia sempre chi con Dio non ha mai avuto a che fare. La ricerca mistica d’Occidente, non in silenzio, precipitò. Nel fracasso, lasciò posto a sterili sensi religiosi, riassumibili in regole di condotta e puerili canoni di solidarietà». Né la norma etica, né l’attivismo sentimentale – avverte Di Fini – attengono alla religiosità, alla sua natura autentica. Difficile dargli torto.

Sergio Cristaldi

Biografia

Nato a Catania nel 1995, vive da sempre a Centuripe, paesino della provincia di Enna.
Nel 2014 consegue la maturità classica con 100/100 presso il Liceo Classico “M. Rapisardi” di Paternò. In questo periodo, inizia a scrivere una lunga “lettera filosofica” indirizzata ad una fittizia figura: Blanche. Nel corso del 2015, ne porta a termine la stesura del testo, che oggi porta il titolo “Blanche. Una lettera pessimistica” (Aracne Editrice, 2017). La prefazione dell’opera è stata redatta da Sergio Cristaldi, professore ordinario di letteratura italiana presso l’Università di Catania.

Fortemente influenzato da Spengler, Rensi, Benn, Nietzsche, Schopenhauer, il suo pensiero è volto particolarmente a ciò che della realtà è pars malsana.
La visione della realtà è in Di Fini fortemente pessimistica.
Emerge un atteggiamento dichiaratamente dissociato da ogni sistema associativo.
Anche la ricerca di Dio occupa una posizione centrale nel suo pensiero: sembra emergere una posizione non schierata sulla sua esistenza, tendente alla teologia apofantica come metodo e all’affermazione di una certa indifferenza divina (squisitamente epicurea) nei confronti dell’uomo. La fusione di linguaggio filosofico e forma poetica, dell’elemento teoretico e di quello letterario, fa dell’opera un ex-perimentumNon è difficile riscontrare nei suoi testi il ricorso all’etimologia greco/latina delle parole, alla maniera di Heidegger. Ne risulta un genere letterario, per certi aspetti, non soggetto a specifiche etichette da catalogo.

Al momento, le sue ricerche sono prevalentemente rivolte al tardo gnosticismo, al pessimum nelle proprie forme e alla figura di Giulio Cesare Vanini.

Attualmente è iscritto al corso di Laurea in Filosofia presso il Dipartimento di Scienze Umanistiche dell’Università di Catania.

Di tanto in tanto, recensisce pubblicazioni per “La Sicilia”.

Nel corso del 2007, l’autore finì sotto i riflettori nazionali e internazionali per aver costituito un movimento antimafia a soli 12 anni.

VITA PRIVATA

Di Fini, nonostante la sua giovane età, conduce una vita particolarmente riservata.

È molto legato alla Sicilia e al suo vulcano.

Non ha mai dichiarato espressamente se Blanche sia una persona reale, uno pseudonimo di essa o un artificio letterario.