Il relitto

Acque di uno stagno: una volta sedotte e conturbate dalla caduta di un calculus, rivelano all’occhio il riflesso larvale di un paesaggio. Eccolo, il semidio, sconfitto nelle sue vomitevoli imprese: regge i brandelli delle sue carni decomposte e ne apprezza le fattezze; nell’atto di sbavare di fronte alla sua preda, guerreggia contro l’obiectum che non può afferrare. Zimbellatore di ciò che detesta, soltanto un homo adversus al suo volere, ebbene, può. Ha inizio un duale spettacolo. Un esilarante entracte ne divide i dovuti massacri. Scrivere della verità, beninteso, è scrivere su una lapide. E poi? È la filosofia quel che resta del filosofo? O è il filosofo quel che resta della filosofia? Il reliquato del suo pensiero non poté che essere egli stesso. Quell’odioso filosofare come contemplazione del relitto. . . È quando il filosofo si innalza (o si riduce) alla sua filosofia che questa prende forma. L’amante del relitto addolcisce il tanto pesante concetto. . . e lo sostituisce con la sua tanto leggera applicazione umana. Che ad essere schiacciato sia io, pensai, non il concetto. Una vera filosofia è figlia del dolore che ne fu il padre. Essa è il prolungamento, l’evoluzione del dolore; a volte, il dolore stesso. Il resto non è che fisica teorica. Il filosofare, dell’io, è l’ultima parola, quella che non va pronunciata; se non consegnando se stessi. Quell’odiosa convinzione di cognoscere il vivere semplicemente vivendo. . . Come se, dall’imposizione dell’atto di vita, prendesse già piede una qualche forma di sapere. Ecco cosa il filosofo deve sopprimere e, con essa, il sorriso di Kant. Il vivere va studeato, come si studiano le mosse del nemico.

Ridenti e involute scimmie

La falsità, contro cui s’oppose l’idealismo, che ogni civiltà non fosse che i propri numeri, lascia oggi intendere più che negli anni di Spengler. La legge dell’intercambiabilità sociale: un essere vale l’altro, dunque non è più. Esso non vale. Errore fu considerare l’uomo dimorante nel mondo. Ciò fu scheletro della ragione storica. Nutrimmo una qualche avversione all’insufficienza; quel che contò fu restarne fuori. Il susseguirsi dei giorni priva di senso quel dinamismo contemplativo che ci ripulì dalla Critica. Lo stratagemma della Religionssoziologie è proprio la sua asocialità; la grandezza di una scienza sta nel tentativo di provare ciò che è avverso alla sua definizione. Schiacciati dal peso della definizione che ad essi spetta, non cedono forse anche i concetti? Che la burla di Frazer sia stata dannata occasione, non vi fu alcun dubbio; ma fu essa occasione proprio perché fu dannata. L’appartenenza ad un genere (quello umano) che si disse celeste, si traduce nel profilo di un genere che non si vuole più. . . inopportuno, come fu la macchina a vapore. Nessuna appartenenza di sentimento alle ridenti e involute scimmie: ne rimane un’appartenenza di fatto.

Copyright o copyleft?

Si sa che i diritti d’autore, più che diritti, si rivelano essere doveri d’autore. Non certo perché a quest’ultimo non vengano riconosciute prerogative (anche il serial killer le ha), ma per il semplice fatto che sia egli stesso a dover tutelarsi. Recentemente ho dato dimissioni da socio ordinario della SIAE, società che (quantomeno teoricamente) dovrebbe garantire all’autore che i diritti della sua opera (quali?) vengano rispettati (ma da chi?). Veniamo al punto: quali sarebbero i motivi per dimettermi da una società che intende tutelarmi? Non ve ne sarebbero, se solo mi tutelasse realmente. La SIAE, impietrita e fossilizzatasi nel passato, si rifiuta di aprire gli occhi di fronte al novus: internet. Subito pronta ad indossare i panni dell’eroina greca quando l’autore va tutelato in occasione di riproduzioni televisive o radiofoniche, essa impallidisce al cospetto della rete. Per dirla in breve: se (fatto già accaduto) un mio follower su Facebook, in malafede, dovesse scopiazzare i frammenti delle mie pubblicazioni editoriali, la SIAE non impugnerà le armi; dovrei essere io a indirizzare querele, pagare avvocati, girare per i tribunali (quando preferirei girare per il mondo o, più semplicemente, starmene in salotto con le mie pipe). Cara SIAE, dovresti proteggermi dal plagio e intendi farlo ignorando il luogo in cui, massimamente, il plagiante plagia? Ed io, plagiato, dovrei pure esser tuo socio? Anche il cane del mio vicino, a ben guardare, mi darebbe ragione. Verrebbe da dire, dunque, che siano finiti i tempi del copyright. Sarebbe più opportuno parlare di copy-left (e qui preciso che l’espressione mi è stata suggerita da un amico, Emanuele Crupi, cui va il mio ringraziamento per la sollecitazione). Un marxismo delle pagine e delle idee, in cui tutto è di tutti (anche quando non lo è). Vero è che quanto di più privato, ovvero la scrittura, cessa di essere tale nell’attimo stesso in cui l’autore decide di pubblicare l’opera. Non si parlerebbe altrimenti di “pubblicazione”: l’opera pubblicata è, per l’appunto, pubblica. In che termini lo sia, però, pare non chiaro. Non di tutto ciò che è pubblico, cari facebookiani (o facebookesi?), il pubblico può appropriarsi. L’opera scritta è pubblica solo in quanto pubblicamente reperibile, non in quanto offerta gratuitamente dall’autore. Tutto di tutti, nulla di nessuno: vale anche per i pensieri?

Non ne vale la penna

L’ingresso delle librerie è adornato dai prodotti migliori che esse hanno da offrire. Di certo non si tratta del corpus kantiano. Ma di questo sono ben lieto, in quanto (almeno per quanto riguarda le tre critiche) l’attenzione che Kant dedicò alla bellezza della parola è inversamente proporzionale a quella prestata alla maestosità del concetto.
Dicevamo, dunque, della merce migliore, quella in esposizione. Vi si trovano prevalentemente prontuari di ricette, da regalare a zie in pensione cui, magari, non riuscirà mai una ciambella col buco (ammesso che prenda voglia di provarci). Ai prontuari di ricette, sarebbero preferibili quelli dei farmaci; si potrebbe baloccare con i grecismi propri del lessico sanitario. Di largo consumo anche la manualistica per diventare bravi informatici, bravi falegnami, bravi architetti del fai-da-te, bravi sgozzatori seriali, brave mamme e bravi papà. Volumi delle tipologie: Come seppellire il proprio vicino, Come addomesticare Dracula, Come non iscriversi ai partiti politici.
Quanto ai reparti di manualistica (quella vera), i volumi vanno ordinati alla cassa. E, se cercate i classici, li troverete (sgualciti). Il tempo della saggistica è finito da un pezzo. Per non parlare della prassi, largamente diffusa tra gli studenti universitari, di fotocopiare i testi adottati dal proprio corso di laurea. A guadagnarci in questo caso, non è l’editore (che ha investito quattrini), né tantomeno l’autore (che ha investito se stesso). A trarne profitto è un terzo, un tale venuto dal nulla, nato da un giorno all’altro sotto il cavolo, e che alcun contributo ha mai offerto alla pubblicazione: il proprietario della copisteria.
Caro scrittore,

secondo lei, vale ancora la penna?

Le “branchie” del sapere

Mi passano per le mani, di tanto in tanto, riviste scientifiche d’ordine e argomento diversi rispetto alle mie primarie propensioni. Qualche tempo fa, gettai uno sguardo alle righe di un articolo sul Kuphus Polythalamia. Trattasi di un mollusco dall’aspetto che fa del gradevole la propria antitesi, assimilabile a forma di anguilla o a quella di un manganello sottoposto a deformazione, pari a quella de La persistencia de la memoria (non ne abbia a male Dalí).

Il mondo marino, dunque, dà grandi sorprese e non può che destare molto interesse in osservatori esterni come me, incapaci di levar le braccia in alto e nuotare. Non credo sia stato a causa di tali considerazioni, tuttavia, che un Professore ordinario (non appartenente alla mia sede, per fortuna), abbia parlato di “branchie del sapere”. Non fu per una e una volta sola, infatti, che il cattedratico ricorse ad una ‘i’ di troppo; elemento che ci fa escludere l’attenuante del lapsus linguae, che è di per sé già un alibi. Ad ogni modo, non sarebbe stato nemmeno il caso di invocare il dottor Freud, in quanto il relatore in questione, sin dall’inizio del suo esporre, non aveva dato prova di alte capacità retoriche.

Vi sono sommariamente due categorie di cattivi retori: quelli che non si servono di pause e quelli che le manifestano rumorosamente con mugolii e suoni vocalici. I primi fanno sì che la platea possa darsi all’inseguimento, i secondi la stordiscono con incerti “ehm”, “eeeeeh” e via discorrendo.

Quanto alla categoria dei valenti retori, dei domatori di pause, il loro numero è inferiore a quello dei domatori di leoni. Ce ne faremo una ragione (o forse no, dato che una delle conseguenze di tale difetto quantitativo è quella di sentire giornalisti parlare come baristi e professori conferenziare come giornalisti).

Giuliano La Prostata (più o meno)

Ci vien da dire che la storia sia fatta di fatti e che poco abbiano contato, in verità, i nomi dei protagonisti. A dimostrazione di ciò, basterebbe ricordare che dei facta dell’Urbe, tenendo per fermo che sic transit gloria mundi, ci restano comunque le vestigia; di Claudio, Augusto o Stilicone (solo per citare gli imperatori), non ci restano che nomi inoffensivi, a fatica ricordati da qualche studente, per inerzia citati da qualche professore.
Passeggiando nel cortile della mia sede universitaria, ascolto involontariamente le conversazioni di qualche studente. Così, una mattina, vengo a sapere che uno dei prodi protagonisti del IV secolo a.C. fu un tale “Giuliano La Prostata”. Questa sì che è apostasia. Ad esser annoverato tra gli imperatori, com’è noto, fu Giuliano, sì, detto “l’apostata”; ma non sappiamo se soffrisse di patologie proprie del basso corporeo, né credo che le tecniche di intervento in tali casi fossero a quel tempo particolarmente all’avanguardia.
Vero è che l’idiota, in mercato, è sempre a buon prezzo. E pare anche che, negli ultimi anni, siano stati in molti i ventri poco cauti nel generare. In ogni caso, il giovane in questione stava rispolverando le proprie conoscenze prima di sottoporsi ad esame. Non so, dunque non saprete, come sia finita. In quanto la fortuna non sembra affatto aiutare gli audaci, ipotizzeremo che anche in quest’occasione, come in altre, abbia preferito darsi all’inetto. In caso contrario, dovremo tornare a dire con Virgilio che Audentis fortuna iuvat; sta di fatto che, all’orizzonte, non v’è traccia di Turno.

Frammento 21

“Il bosco sacro di Nemi”, Turner

Un filosofare infestato dai suoi stessi rumori, come caste urbi nei processi di urbanizzazione che le coinvolgono, fu il προσκήνιον kantiano. Indagare d’ogni filosofia le quote come dell’amante il colore degli occhi. Troposfera del giudizio sintetico, esosfera della dialettica e cilestrino dell’iride: l’occhio di Atena su tutte le cose. Cercammo la verità per mezzo di essa stessa. Sì, Blanche, la verità è di chi ce l’ha già.

La lode al particolare, che fu spirito delle ricognizioni kantiane, segnò per sempre l’incapacità nella valutazione del tutto. L’oggetto della nostra contemplazione, Blanche, fu l’oggetto della rinnegazione settecentesca; ma quali lumi? Cola oro! E gli sputi dal cielo! La verità che ti cade sulla pelle, Blanche; come il catrame che, «sfregato sui denti e sulle gengive, li preserva in modo eccellente; che addolcisce l’alito e rende la voce forte e chiara». L’unico e sincero rovello della direzione kantiana, Blanche, fu sperimentare che una materializzazione della coscienza fosse possibile, ma ad una demonica condizione: che ciò avvenisse in silenzio. I Manuels de bon philosophe, assoggettati all’ordine del messaggio che essi intendono veicolare, andrebbero dati alle fiamme come non meritarono le streghe. Questi, Blanche, sono i tempi delle pagine bianche. E dei latrati. « Quod cito fit, cito perit ». Ma quale Eden. . .

L’irrelatività del pensato

La nobiltà del concetto germoglia dalla sua dimenticanza. Nel vortice dell’oblio, come si direbbe a proposito di una pattumiera, finisce di tutto. Il nostro pensato restituisce la barbarie che ad esso appartiene. Nel postribolo a–spaziotemporale, reduce dal cultuale svernamento, il concetto è fatalmente riconosciuto (ἁναγνώρισις). Non v’è pessimismo che possa residuare (da una tale espressione di quella società che al pessimismo oppose la sua negazione). E qualche morto, restituito dalle acque della sacra storia. Alla risaputa (e non altrettanto temuta) relatività del mondo, l’irrelatività del proprio pensato si oppone. Tutto è uniforme: questo, invece, dall’homme social va temuto. La prerogativa del valente filosofo risiede, dunque, nel trarsi fuori dal relativo; per poi riaccedervi più relativo che mai. Il concetto si sottrae alle sentenze del tempo. . . L’inganno di cui ebbe a dire Schopenhauer (μαγεύω, μαγγανεύω. . . ), non fu che rappresentazione dello stesso caos schopenhaueriano. Il fatalismo sia sottratto alla sua dimensione esoterica, con lo stesso tremore dell’ultimo inchino: quello al capezzale. Da tale immagine derivò tale intuizione: che il nostro filosofare, delle immagini, debba essere privato.

Morte e oggettivazione

Dell’oggettivo, contrariamente a quanto si disse sistematicamente in merito, semplificammo la definizione: esso è ciò che s’impone. Il tutto fu tale da essere. Che le cose tendano, come dice Heidegger, ad essere piuttosto che a non essere, stride con la direzione mortifera che è propria d’ogni vivente. Che l’essere che vive sia un limitatamente essere? L’essere, è l’au-delà della totalità che vive. Dalla verità ci si aspettò quanto non avrebbe potuto venire che dai letti disfatti. Essi ospitarono del vivere il coito e della morte i vermi. La legge del necessario volle ultimo il primo luogo. Pochi gli occhi che fissarono l’a-fattualità del morire. La morte è il non–fatto di quel che non ad–viene. Essa è l’ab–venire dalla fattualità del vivere. Nell’essere che più non è, si contano peli, pensieri, pidocchi. La somma degli scarti trascende il corpo finanche quando esso è unicamente. La morte, nonché la «dilacerazione» (Ernesto De Martino, Morte e pianto rituale nel mondo antico) che ne rappresenta il solenne annuncio, sono seme di una grigia conoscenza. Da ciò che non è più, si trae, senz’altro passivamente, un’àncora, un appiglio. Alla decomposizione del corpo, fa eco un’inattesa composizione gnoseologica. Che sia questa una condizione dolorosa, non v’è alcun dubbio. Ma il nostro sia un dolore della ragione. Con ciò s’intenda non un dolore du cœur soggetto ad un processo di razionalizzazione, ma un dolore che nella ragione nasce e in essa si estingue. Il disfacimento di sé, in un estremo atto di estinzione, è dunque estrema condizione del processo conoscitivo. Nelle tombe, delle carni resta il puzzo; e restano i pensieri, che puzzano più delle carni. Deriva, da tale contingenza appestata, una fausta condizione di terzietà. «Sono fuori dalle cose come le cose sono fuori da me», si sarebbe detto un tempo; ma al pessimista ciò non basta. Che io sia fuori di me: questo rileva più del fatto che sia fuori dalle cose. Il morire, dunque, assolve il suo compito. «Vivo per qualcosa che non vive per me», dirò un giorno guardando le mie carte; ma da esse trasuderanno veleni. Privi di tutto, fuorché di volontà (che priva). Il morire segue il vivere nel tempo, ma lo precede nella volontà. La veglia del pessimista tiene ordine al vivere. Se l’esperienza indolore del conoscere è propria del morire, dal vegliare il pessimista trae tutto quel che non potrà trarre dalle carni asciutte del suo carcame. Il vivere è per lui una seconda scelta. Il morire insuffla nell’uomo quella soggettività di cui il vivere sedò ogni insicura pulsione. Se solo si potesse secondo metodo! Summae cogitationes in summa die. Si vide nell’oggettivazione la risoluzione d’ogni grattacapo metafisico, persino della morte e del dolore che ne è eco (Morte e pianto rituale nel mondo antico). Come si poté non riconoscere proprio nella stessa Idea di compimento, la quale è invece posta da De Martino a oggetto di risoluzione, la sola chiave risolutiva d’ogni male? Il vivere, l’atto degli atti, è l’atto nel quale l’uomo non osa. Non v’è ardire che nel non–atto della morte. Il morire succede al vivere nella sua incarnazione; nell’ars definitoria, peraltro, non v’è legge che non venga a trasporsi. L’explicatio mortis precede il vivente nel suo concetto. Regnò la logica. Anche tra i loculi.

Dell’elementarizzazione

Nel riassorbimento delle cervella, così come in quello universale, l’alleggerimento della sciagura cosmica che ci prese. Nell’elementarizzazione dell’universo, una via di scampo; nell’elemento, ierofanie. In summa die. Sana obbedienza all’antico istinto mortifero: il vivere. Il contenuto esiziale della perpetuazione biologica, peraltro, trova il suo manifestarsi non nel morire, bensì nello svilimento che di nulla è proprio, se non dello stesso vivere. Gioie dell’elettroshock. L’idea di infinito, al di là di ogni positivismo e di ogni inclinazione al calcolo, andava rinserrata nelle occulte anse della gnosis, come nessuno fece. I placidi atti di riduzione, sconosciuti proprio da chi avrebbe dovuto avvalersene, furono dunque l’unico ferale arnese nelle mani del filosofo; questi, però, lo adoperò per ridurre se stesso. Peculium castrense. « Emancipàti dalle leggi del divenire! ». . . Qualche conclusione fu certamente tratta. Mentre fuori accadeva di tutto, il concetto seguì un’unica traiettoria: un punto. Lì, zagare e rose spandono gli stessi profumi: quelli del trapasso. « Τί γὰρ ἂν καὶ ὕστερον αὐτῷ γένοιτο, ὃ μὴ νῦν ἐστι· ». No, l’eterno ha in sé qualcosa di ignobile. Non fa per noi; è una questione di igiene. Degli idealismi hegeliani (nonché delle contraffazioni empiristiche), residuano impulsi vendicativi ad carnem. Ci affidammo alle Mèditations cartèsiennes, ricercando più sudici piaceri: concetti in vitro. Metodi, dimostrazioni, trattati come liquidi organici nel Medioevo: sangue e sperma. La regola dell’enumerazione, la quale fu in Descartes principio e in noi necessità, non poté essere schivata come, a suo tempo, dallo stesso Descartes. Il filosofo, beninteso, è colui che esegue per conto di nessuno.