Vittime e carnefici nella relazione: occorre istituire un processo (interiore)

L’urgenza, per chi ancora presta fede alla relazione e al suo concetto, è quella di istituire dei propri e personalissimi tribunali. Di frequente accade che alla vittima (di un rapporto) venga rimproverato di “vittimizzarsi”. Non solo le viene negato il proprio statuto, ma le si rimbrotta di essere quel che è: una vittima. Eppure essa non ritiene di essere tale, lo è. La morale del nostro tempo, invece, non conosce colpevoli. Tutti assolti. E, se assolto è il carnefice, non esiste più la vittima. A quest’ultima viene negato il proprio statuto proprio perché il carnefice non viene riconosciuto come tale. Egli, al più, pare un bellissimo narciso; anch’egli, al più, è parimenti vittima. Vittima dei suoi suini bisogni; al più, vittima del suo esser-carnefice. La morale del nostro (vostro) tempo assolve tutti e non condanna nessuno. Così, l’ex-moglie del povero impiegato, che ora reclama un assegno di mantenimento mensile, dopo essere scappata con l’amante di 23 anni, «avrà avuto le sue ragioni». Ragioni criminali pari a quelle del bandito. Ma no, la morale del nostro tempo ci chiede (anzi: vi chiede) di non condannare nessuno. Questo, invece, è un invito alla condanna. Si propone l’istituzione di un tribunale interiore, nel quale i giudici istruttori (dottissimi) siano le voci (rauche) dei sentimenti. Si istituiscano, pertanto, dei processi. E che essi non prevedano appelli (meno che in un caso, come vedremo). «Entri in aula l’imputato». Ai nostri processi, peraltro, quest’ultimo non parteciperà. Parteciperanno i suoi fatti. S’interroghino i fatti al dibattimento ed essi risponderanno, sempre sinceri. Il sentimento darà giudizio, tanto quanto è in grado di farlo la ragione nei tribunali ordinari.

Si prenda ora in esame un esempio. Appunti, prego.

Si ponga il caso che una sedicente fervida amante, in seguito ad un distacco, ritorni come prodiga figliola alla casa dell’amato. E si ponga che ella prometta, dopo aver a lungo meditato sulle proprie intenzioni e sui propri sentimenti, di esser pronta a dare continuità e stabilità, saldezza e fermezza. Sta di fatto che la suddetta, in una manciata di giorni, pone fine alla promessa continuità. Un tribunale del sentimento dovrebbe forse assolverla? Certo, non-amare non costituisce una colpa; ma non è di ciò che la prodiga sedicente amante è imputata. Ciò che il nostro tribunale le rimprovera è l’aver promesso quel che non è stata in grado di mantenere oltre gli appena quindici giorni solari. Qualora avesse riconsiderato il proprio sentire dopo mesi o anni, la nostra sentenza sarebbe forse stata differente. Ma dopo giorni? 

Conversamente a quanto potrebbe rivelare una rapida occhiata da brigante del concetto, la quale indicherebbe nel presente il tempo degli amanti, è nella futuribilità che questi trovano il proprio beato cappio. Chi ama è colui che promette d’amare sine die; l’amante dell’hic et nunc ne costituisce solo una pallida raffigurazione, come dell’idea lo è la cosa. Chi ama proclama la propria promessa, come il Dio ebraico ebbe a fare con la Terra. Che egli prometta d’amare per sempre, beninteso, non significa che poi lo farà. Qualcuno potrebbe dunque sollevare un sospetto: quello che di truffa si tratti. Le cose non stanno esattamente così. Non è infatti nella fattività che va ricercato il tratto futuribile distintivo dell’amare, quanto invece nell’intenzione. In altre parole, l’amante ama nell’hic et nunc se e solo se egli promette di farlo sine die. Si potrebbe dire che quel tratto sia costituito non tanto dalla futuribilità, quanto invece della sua promessa.

Ciò detto, è proprio nella vulnerabilità della relazione che trovano il punto di forza i relati. Essi familiarizzano con la minaccia addomesticandola, come si farebbe con le bestie; dispongono le proprie forze per ben strutturare gli argini, per consolidare la struttura del nido. Il tutto avviene con la stessa complicità che, oltre agli amanti, è posseduta da una sola altra categoria: quella dei criminali.

La direzione della promessa si rivela bilaterale. L’indagine interiore ne individua con il sangue la duplice urgenza: non solo all’altro l’amante avverte il bisogno di promettere, ma a se stesso. Individuato l’approdo, egli cerca di indagarne il fondale e di sollecitarne la saldezza. Chi ama non assolve l’idea assassina della fine, emettendo la ferma sentenza, senza appello, della sua condanna. Che poi, sul vilissimo piano dei fatti, la fine possa presentarsi, al momento non lo riguarda. A prendere forma è una bidirezionale fideiussione: l’altro garantisce per me relativamente alle obbligazioni che ho nei miei confronti e alle quali, nel mio esser-uno, non posso ottemperare; io garantisco per l’altro relativamente a quelle obbligazioni che egli ha verso di sé.

Quanta bellezza. Dicevamo: «Che egli prometta d’amare per sempre, beninteso, non significa che poi lo farà». E lo confermiamo. Tuttavia, se ci risulta (seppur tragicamente) umano che il “per sempre” perduri una manciata di mesi, ci puzza invece d’infamia che possa durare una manciata di giorni. Eppure, signori, il nostro tribunale è misericordioso e perdona. E potrebbe perdonare persino ciò che, a rigore, ci risulterebbe imperdonabile. Vi è, però, un nodo da sciogliere. Il perdono può esser concesso a chi lo richiede. Il reo dev’essere non solo confesso, ma anche pentito. Qui, signori, la corte si ritrova a maneggiare altra faccenda: il reo non confessa i suoi reati, non li vede, non li conosce, non li riconosce e, per direttissima conseguenza, non può nemmanco implorarne il perdono. La legge è uguale per tutti. Quella del cuore no, non lo è. È ad personam. Ma esiste.