
Difficile spiegare come un non-credente (benché cercante) come me, all’indomani di una perdita lacerante, si ritrovi a scrivere parole su un testo pregno di sacra signa. Tant’è, pertanto ringrazio chi me l’ha chiesto.
Per lo spirito, tempo di penuria e di magrissime vacche. Nel secolo in cui persino la spiritualità (nella sue implicazioni più ampie: anche la carezza su un seno, agli occhi miei, è spirito) sembra essersi ridimensionata e incasellata in certi suoi automatismi, Angelo Branduardi sembra costituire uno degli ultimi propugnacoli di quell’arte che conversa con il sacro (anche quello del corpo), che approda alla mistica, che riferisce la bellezza al suo primo luogo: l’Assoluto (anche quello del letto). Nel «Kyrie Eleison», il cui ascolto è stato reso disponibile gratuitamente per una settimana, si intreccia il refe di cui s’è detto. Dall’umo della Missa Luba, Branduardi e Luisa Zappa hanno cavato fuori una gemma nitentissima e dura.
«Ed un lume non basta
per portarmi la luce.
Tutto il pane non basta
per saziare la fame.
Tutta l’acqua non basta
per calmare la sete».
Nel fare dell’uomo v’è, insomma, cortezza. Carenza e miseria si abbracciano; e lo fanno in un abbraccio che è esiziale. Si leva un grido volto all’Assoluto. La risposta che perviene all’orante ricalca i toni della domanda, lasciandoli emergere come sondati. Il silenzio s’è rotto come le acque di madre. Peraltro la risposta è barbicata nella domanda. Se «tutto il fuoco non basta per scaldarti le mani», è perché il vero fuoco sta al di là del fuoco. «Oltre le ombre cammina», dunque.