Abitare l’angoscia (di Stefano Piazzese)

Pubblico di seguito un testo che, per la prima volta da quando questo sito è attivo, non porta la mia firma. L’autore è Stefano Piazzese, compagno di studi e amico. Quel che avrete modo di leggere, dopo questa mia breve introduzione, si colloca compiutamente tra gli ultimi scritti da me pubblicati; e ciò avviene (ve lo assicuro) per puro caso. Dimora e devastazione. Qualcuno, giunto Al culmine della disperazione, redasse un sommario. Fu il Sommario di decomposizione; e, per inciso, quel qualcuno fu Cioran. Il testo che leggerete, reggendosi su toni che non fanno sconti né a uomini né a dèi, si apre con due voces che mi stanno a  cuore, trovandovi spazio ormai da tempo: dimora (dalla sua gnostica eco) e devastazione. È l’inquieto che, qui, padroneggia. È il grido di Giobbe. Eppure è anche Saffo, che arrossisce e impallidisce alla vista di chi amor lo strinse e del suo incedere. È la folgore, è «l’amplesso di coloro che si scoprono amati dalle Muse». È la mano che è mossa e muove. È l’amore che mutila mutilandosi, pur senza venirne fuori mutilato. Torno a dire: l’amante è soggetto alle esecuzioni che egli stesso si dà, annunciandosi come boia e rinunciando ad ogni difesa. Su di un letto la verità è compiuta. È sulle lenzuola ch’essa scrive, si scrive e vi si iscrive, inchiostrandole. Verità e amore sono stilografici. E si servono di validi inchiostri. L’amore fa acqua da tutte le parti, maculando i panni da letto e scrivendovi sopra con arte.

Abitare l’angoscia (di Stefano Piazzese)

Così disse quel frammento atomico che lacrima sangue:
Dimora dell’uomo è anche ciò che consola nell’opera della devastazione. Ma come è possibile che l’abitante del tumultuoso tuono divenga, ex abrupto, consolatore di rovine? Forse l’origine del disiato riso è nella scaturigine del nome di chi si ama. Beatitudo o dinamica impercettibile che crea anche l’ombra? Risponde il grido di Giobbe contro al Dio, suo presunto aguzzino: la mia magrezza testimonia contro di te. È l’istante in cui Lei appare: evento insondabile d’inesatta estasi erotica, manía erotiké – l’eros estetico in cui il Bello assume forma e nome (Simposio – cominciamento di ogni sano filosofare nella gioia). Attesa che vuole l’Amato, che lo brama, che lo reclama nelle eccitanti onde del desiderio che viene a trovarmi per abitare il cosmo del tempo a tua forma, a tua immagine, e la cui energia motrice si propaga per l’incedere del tuo profumo, le cui molecole bevono la mia lingua sulle desiderate tue carni inebriate dal mio bacio superbo.
Eravamo noi gli abitatori del Monte ove gli dèi apparecchiarono il sontuoso banchetto in cui Afrodite dei due fece uno solo, ed Eros lancinante saettatore – e primo fra tutti i divini a essere generato – irrise i numi suoi simili per il potere dei nostri sguardi che s’incontravano. Più temibile del trono di Zeus, di cui sommo è il potere, è l’amplesso di coloro che nel cosmo si scoprono amati dalle Muse (Teogonia, v. 95): amabili i canti dei giorni in cui eravamo nello stesso istante . O invidia degli dèi – phthónos theȏn -, cara a Eschilo poeta che di Ananke tremenda e di Ate paurosa annuncia l’incombere (Persiani), non sei forse scesa anche tu tentando di separare, dividere, disperdere? dov’è il tuo dardo infuocato? Non lo vedo io. Solo lei appare ancora ai miei occhi. Appare! È il vedere condizione suprema dell’esistenza.
Abitare l’angoscia è lasciarsi attraversare da quell’Amore così forte da non soccombere al cospetto della deificante assenza. Un’indefinita extensio temporis nel pathos del Bello, dove non vi è stasi. Angoscia nel segno di inquietur est cor meum è un tendere-verso nella forma di un incessante grido all’Amato, significato del cosmo: donec requiescat in Te. Qui è realizzato l’éschaton supremo dell’unione carnale e mistica tra gli amanti, dove il già-compiuto è trasfigurato in un non-ancora che riappare nella soglia di ogni istante, e sorride. È il sorriso del figlio di Semele. Salva il Bello? È redenzione Eros? Dice bene Cacciari: la vita, che è amore, ama Ade ‘salvandolo’ in sé, e così non rinuncia, ma si libera da ogni volontà di avere e si riconosce vera, nuda nello sguardo dell’altro.
Ecco! Il suo sguardo appare ancora una volta:
Il mondo è trasfigurato – Die Welt ist verklärt (Nietzsche – Wahnbriefe), abito con gli dèi. Adesso silenzio!

Ludwig van Beethoven, Waltz in Mi bemolle maggiore, WoO 84.

Sessualità: immanenza del desiderio e trascendenza (parte I)

L’alterità è il solo bacino e la sola possibilità. A tre anni dalla pubblicazione di Blanche, su cui volontariamente ho fatto silenzio, tornerei a ribadirne con forza le battute finali, ovvero le uniche investite da una missione: dare senso a tutto il testo. Qualcuno l’ha compreso, altri no.

Homo è errante. Egli calpesta terra da migliaia di anni, errando nella duplice accezione dell’errare. Ce lo insegnò la Gnosi. Homo erra e raglia. Nel suo ragliare, dà nomi alle cose. «Ma la verità addusse nel mondo dei nomi, poiché è impossibile insegnarla senza nomi» (Vangelo gnostico di Filippo). Benvenuti nel regno della categorizzazione, in cui tutto si nomina, perdendo parte del tutto. E perdendone la parte migliore. La netta cesura che si volle individuare nel rapporto tra sessualità e sentimento, a ben guardare, meriterebbe alcune revisioni.

Se, come scrive Simmel, «appena è presente l’amore in questo senso teleologico, commisurato ai fini della specie, esso è già anche qualcosa di diverso, che trascende tale condizione», ciò si deve alla trascendenza della sessualità stessa rispetto all’ordine naturale. Il desiderio, qui, si offre come chiave. Lo scenario è commisto, le sue logiche intrecciate. Nell’errare di Homo, egli incontra l’altro e l’immagine che gli appartiene; ne sviluppa una fiorita anatomia. È, per l’appunto, l’Anatomia dell’immagine rintracciata da Hans Bellmer. Approdo primario all’alterità, essa si regge sul desiderio, il quale, «quanto all’intensità delle sue immagini, non prende le mosse da un insieme percettivo, bensì dal particolare» (Bellmer). Il primo effetto della produzione estetica dell’altro, al di là di tutto, è la produzione estatica che le consegue. L’altro è; e la sua immagine è la mia estasi. L’amante si fa legislatore abrogante: ogni muro va abbattuto. La re-latio è la mia ambra, l’altro è il sogno aulente.

La distinzione operata da Lacan tra reale e realtà, prima ed oltre la dimensione psicanalitica, porrebbe una prima battigia. Il reale sarebbe, per l’appunto, la dimensione del desiderio e dei suoi artigli; la realtà si limiterebbe alla miseria della cornice quotidiana, alla condanna a mediocri orologi e scrivanie. Se nel desiderio si ravvisa un richiamo al reale, dunque, ciò avviene per il semplice fatto che esso sia il reale stesso. Il richiamo alla normalità (intesa come tessuto di norme morali, sociali e, più in generale, proprie del patrimonio collettivo), operato dalla realtà, nulla può al cospetto della forza brutale del reale. Chi desidera è pronto a tutto. È qui il caso di porsi una domanda: può il desiderio rientrare del tutto in una prospettiva naturalistica? È proprio lo stesso Freud a prendere le distanze da una simile posizione. Recalcati ha già sufficientemente evidenziato come egli «escluda la riduzione della vita sessuale al paradigma naturale della riproduzione. Egli scopre che la pulsione sessuale è fondamentalmente autoerotica, cioè punta al suo proprio soddisfacimento, il che significa che nel corpo umano c’è qualcosa di bizzarro che non risponde alle leggi della natura, alle leggi della riproduzione». Nella sessualità, insomma, v’è qualcosa che sfugge al controllo da parte di quella stessa natura che l’ha generata. Figlia di quest’ultima, la sessualità trascende le più sofisticate fisiologie naturali. Se nelle dinamiche rilevate dall’evoluzionismo biologico la sessualità è stata prodotta, quest’ultima le ha poi trascese.

Amore e affinità elettive come ordinamento (parte II)

«Send me an angel. Save me». La dimensione salvifica dell’amore può essere così saldata in parole. Sono quelle di David Lynch, in Good Day Today. L’angelo alato, come alata è l’aquila che Nietzsche riconobbe nella giovane Lou: «Ma poi il caro uccello Lou mi traversò a volo la strada, e io lo credetti un’aquila. E a quel punto volli che l’aquila mi restasse accanto». Le scrisse il 4 agosto 1882, da Tautenburg. Sovversione e ribaltamento. L’amore è culto del rovesciamento. L’ordine sovvertito è la messe dell’incompiuto. E così l’ardore si fa portatore di senso; laddove il senso è anche quello di marcia. La nota caratterizzante di questa costellazione è la duplice teleologia che le appartiene: salvezza aquilina e dannazione del corvo. «Ciò che non ha il nerbo di innalzarci in alto,  ebbene, ha di certo la possanza di scagliarci nel vuoto», scrissi altrove. Ecco: amare è possibilità, amare è entrambe le possibilità. E, se la possibilità sta più in alto del reale (ci abbeveriamo qui alla fonte di Heidegger, ma servendocene per altri scopi), l’amato vive di tale possibilità. Urge precisare, in quanto l’appena citata osservazione del filosofo di Sein und Zeit pare piuttosto abusata, che ciò che egli intese affermare (in un contesto del tutto diverso dal nostro) fu una piena coincidenza di possibilità e realtà. Se, per chi è amato, l’amante pare l’unica possibilità, ecco allora che egli emerge come sua decretata realtà. Nel suo emergere, l’amante è emersione ed emergenza. Egli pare trasudato dal nulla e prorompe; egli è distinto e distingue, scalcia nel grembo del possibile. «Signori, la biografia dell’Io non è ancora stata scritta» (Benn). L’amante sfila allora una delle sue penne dorate, poiché egli s’è fatto angelo. Egli pare bisbigliare all’orecchio di chi gli è diletto: che nulla ti sia più implume.

Amore e affinità elettive come ordinamento (parte I)

Reale è ciò che s’impone. Ce lo insegnano le baccanti e i tribunali. L’amore come atto libero, ben longinquo da essere realmente tale, ne costituisce la favola rassicurante. Agli occhi dell’osservatore più acuto (vale a dire a quelli del poeta), pare che il miele (che egli pure assapora con gli occhi) si faccia acre come non mai. Amare è lex non scripta. Al malcapitato non è dato sottrarsi, se non per poi venirne travolto con forza maggiore di prima. Non è dato fuggire da Dioniso, insegnò Euripide. Il placido Burkert: «La costituzione umana include programmi biologici riguardanti l’ansia e la fuga, più antichi della specie umana […], correlando minaccia, allarme, inseguimenti, fuga, e l’espediente di abbandonare […]». Il furfante, però, verrà presto braccato.

Veniamo alla stanza degli amanti. Qui si fiuta «quel disordine che denuncia la presenza della musa», come Puškin ebbe a dire. Eppure il disordine in questione dà ordinamento, ergendosi a fonte del diritto cosmico. L’amante è soggetto alle esecuzioni che egli stesso si dà, annunciandosi come boia e rinunciando ad ogni difesa. Su di un letto la verità è compiuta. È sulle lenzuola ch’essa scrive, si scrive e vi si iscrive, inchiostrandole. Verità e amore sono stilografici. E si servono di validi inchiostri. L’amore fa acqua da tutte le parti, maculando i panni da letto e scrivendovi sopra con arte. «Unire carne e idee, questo voglio anche da un rapido abbraccio. […] Questo voglio dalla donna con cui vado: non i suoi soli umidori ma anche, ripeto, che si parli a letto del problema della verità», scrive Manlio Sgalambro. L’amore è ab-solutus, in quanto sciolto per sua natura da tutto ciò che non è esso stesso; gli appartiene la medesimezza che si predicò del divino. Esso segue «il ritmo segreto delle catastrofi» (Benn), ma lo fa con estrema grazia. Inno a colui che baciò bocca «tutto tremante» e a colui che coglie ancora i «capei» che di Laura furono «sparsi».

«Uno speciale segno ansiogeno è l’occhio che fissa», ci ricorda ancora Burkert. Si pensi, allora, allo sguardo degli amanti: come Titiro dà pace e come una belva esagita e perturba.

σύμβολον, la riserva aurea

σύμβολον. σύν «insieme», βάλλω «gettare». Il simbolo congiunge i distinti. Esso è al di là di ogni atto, ponendosi invece come fatto nudo. Nel simbolo si incarna il vinciglio. In questa incarnazione, la medesimezza è superata persino presso se stessa. In questo «mettere insieme», si unisce non solo quel che rimarrebbe altrimenti diviso; a trovare unità è anche ciò che è indiviso nella sua regale potenza, eppure è osteggiato. Anulus. Un anello, un piccolo e stretto cerchio metallico. Si fissa e si radica nel quarto dito. Concresce con esso, appartenendogli ed avendolo in appartenenza. Si appropria di quel medesimo che più non è tale. Rutila alla luce, irrora i ricordi.

Elena, la notte, l’incendio / parte I

εἴδωλον. Un’immagine documenta il sottrarsi. A Paride, ad Alessandro, Elena sfugge. E diremo di più: sfugge anche l’immagine stessa, il fantasma. Evanescente per sua natura, l’immagine non si dà. Elena è una notte frangente. È un incendio redento. Si sottrae Elena, lo fa la sua immagine; lo fa anche la sua idea, col passo silente. Non ci è dato sapere cosa e chi sia effettivamente partito con quelle navi. Elena è dove non compare. Fu così che a Troia si combatté per un’immagine; ma si combatté a lungo, si combatté davvero.

Il sangue, le ferraglie degli armamenti, i sussulti degli armati, le lunghe attese delle mogli, quelle infinite delle vedove, sembrano dare consistenza persino all’assenza. Per un gioco paradossale, l’assente presenzia, in sua assenza, alla sua assenza. Elena attraversa il mare senza attraversarlo. Elena è il qui, è l’altrove; è il certo, è il forse, è il tacito. Elena è lo scoppio, è il tuono.

La destinazione del fiore

Émile Vernon, “Jeune femme aux roses”.

Un fiore non è mercanzia, un fiore non ha mercanzia. Non può essere liquidato, né si liquida. Un fiore può essere alienato, ma ciò può avvenire una volta sola. Viene ceduto senza negozio, tradisce ogni logica di mercificazione. Un fiore, insomma, non può essere ceduto; così come non può essere rifiutato. Nel baleno stesso in cui esso è andato, esso non può andare oltre. La meta destinatagli è l’unica a cui può pervenire, è l’ultima presso di cui può aulire. Suo attributo è, insomma, la destinazione. Un fiore è destinato, in quanto è portatore del proprio destino. Così come un fiore non può andare oltre la meta a cui è stato assegnato, esso non può nemmeno fare ritorno. Un fiore non torna indietro. Come già detto, eternizzato l’atto, non v’è il prima e non v’è il poi. Lasciate le sponde di chi , approda definitivamente a quelle di colui al quale è dato.

Folle è censire i fiori dati, sulla Terra. Folle stilare un elenco di quei petali felicemente appassiti, mitemente destinati e destinanti al sempre. E quel mortale che un fiore, col sorriso dell’amata falcato sul petto, inghiotte parole di granaglie eterne.

Sotto il segno del fiore

Émile Vernon, “Ragazza con i papaveri”.

Qualunque umano che abbia mai calpestato la terra, sulla Terra, ha almeno una volta colto un fiore. Per meglio dire, almeno una volta ne avrà colto uno. Qualcuno direbbe (e l’avrò detto anch’io): «Il fiore sta nel campo, nel campo va lasciato». Andrebbe lasciato alla terra ciò che alla terra appartiene, in altre parole. Eppure la Terra richiama. Ella, dea, intramontabile, richiama alle sue leggi. E legge vuole, talvolta, che un fiore vada colto.

«Sia strappato dal ramo il frutto». Qui la lex non è scripta (e forse è meglio così). Eppure parla chiaramente, più del verbo inchiostrato. Qui è il sussulto del ventre, il solco profondo degli intestini, la fame atavica che è del mondo. Chi coglie un frutto, ebbene sì, lo coglie per succhiarne i suoi succhi. Ma il fiore?

Chi coglie un fiore, a ben guardare, non se ne nutre. Lo si pone sul letto degli amanti. Lo si consacra a un nume o ad una donna, il che è un po’ lo stesso. Lo si accosta al naso: olezzi lontani, amori, delizie. Il fiore è colto per. Anche qui vige una lex che scripta non è. A differenza di quel che accade al frutto, però, qui, chi coglie non coglie per sé

Oserei dire che, talvolta, un fiore si coglie da sé. E ciò avviene, miracolosamente, sine flore. Il fiore non c’è, ma esso è da sempre, come quelle «cose che non avvennero mai, ma sono sempre» (Saturnino Secondo Salustio, Degli dèi e del mondo). Tra le cose che sono sempre, che sono da sempre, il fiore ‘colto per’ eternizza l’atto, lo educa al sempre, lo addestra alla rinuncia nei confronti del prima e del dopo

Adorno e la critica immanente all’ontologia heideggeriana

Difficile trovare capisaldi comuni ad ogni scuola, dalla lontana Ionia al non sedicente esistenzialismo heideggeriano. Eppure, l’uomo che cadde nel pozzo cercò qualcosa che da sempre venne cercata (e che si continuò a cercare). Nell’interrogativo leibniziano, riposa l’intero carico teoretico di Adamo, di Odisseo, di Andromaca, di Medea, di Giasone, di Mimnermo: «Perché qualcosa e non il nulla?». La domanda si pone da sé, allorché si pone l’essere. Occorre notare l’uso della voce verbale porre, in quanto tutt’altro che casuale. Si ricorda che ciò che è posto (positum) è anche positivum, così come il non-posto è negativum. Al contempo, ciò che è positivum occupa una posizione (o, per meglio dire, esso è la posizione che occupa); così come il negativum è negazione. Positivo, negativo; posizione, negazione. Se la prima dicotomia risulta estremamente chiara (qualunque bambino non farebbe fatica a trovare nel negativo il «contrario» del positivo), la seconda sembra emergere solo in seguito ad un’analisi etimologica; infatti, a primo impatto, la posizione sembra essere legata all’idea di occupazione locale, a quella di corpo occupante un punto nello spazio (così come si tenderebbe a trovare nella mera affermazione il «contrario» di negazione). Tutt’al più, potremmo ricavarne nella retorica un primo senso più vicino a quello che ricerchiamo: chi prende posizione (magari esprimendola), sta ponendo un quid.

Ritorniamo al punto: l’interrogativo leibniziano si pone allorché si pone l’essere. Di qui, la centralità della ricerca ontologica nella storia della filosofia e, più correttamente, nella storia dell’umanità. Nulla di nuovo sotto il sole. Adorno, nel progetto di una critica immanente dell’ontologia, rileva i limiti delle ricerche di Heidegger, evidenziando come «il culto heideggeriano dell’essere, in polemica con quello idealista dello spirito, ha come presupposto la critica dell’autodivinizzazione dello spirito. Ma l’essere heideggeriano, senza molto differire dallo spirito, suo antipode, non è meno repressivo». Esso «rispetto al concetto kantiano della cosa in sé trascendente, non ha in più nient’altro se non il pathos della sua invocazione».

Certo, non è poco. Il sottoscritto, da sempre, ricerca nella teoresi proprio il pathos e la bellezza; laddove non v’è traccia di questi, la mia attenzione finisce per volgersi e rivolgersi altrove. In ogni caso, se la promessa heideggeriana è quella di un superamento della metafisica tradizionale, possiamo certo dire con Adorno che tale promessa non sia stata mantenuta. In altre parole: «Che l’essere si mostri, che debba essere accettato passivamente dal soggetto, è preso a prestito dai vecchi dati della gnoseologia, che sarebbero un fattuale, un ontico». E qui, con arte, Adorno riesce a far di Heidegger uno strumento di confutazione contro Heidegger stesso. Di questo, però, parleremo un’altra volta.

Poche righe sui morenti e sulla vita che non muore: riflessioni su “L’inganno”, di Thomas Mann

Il regime naturale insegna a sfiorire. Premessa alla morte, l’imperativo imposto ad ogni lilium speciosus è quello d’arricciarsi sine die. Contravvenendo alla prassi che sia il generato a veder morire il generante, la natura di cui si predicò esser madre, l’uno in coda all’altro, accompagna i figli immondi all’altro mondo. E pare farlo con grazia rinascimentale, spurgandone i sudori ad arte. Sfiorisce anche Rosalia von Tummler, ne L’inganno di Thomas Mann.

Rosalia von Tummler, «figlia di maggio», malata della sua primavera, ne morì; fu il ventre che dà la vita, assieme alle sue poltiglie sanguigne, a darle la morte. Il suo ventre stillava le proprie resine: perdeva sangue umano, come accade ad una giovinetta. Si ricredette pronta ad abbracciare corpi di amanti, a lasciarsi alitare addosso le antiche voglie. Eppure quei grumi sanguigni non furono causati dal miracoloso ritorno del mestruo: un tumore abitava il corpo della von Tummler. «Le raffinate combinazioni della natura!», verrebbe da dire. E il vecchio lo sa. Solo il vecchio. Egli conferisce una certa dignità all’arricciarsi; e lo fa guardandosi le mani, almeno una volta assassine. Costui mantiene un aperto interesse al morire, come il lattante ai colori che la vita pare offrirgli. E come il lattante s’ammala compulsivamente di vita, egli fa lo stesso; ma lo fa come può farlo un morente che sa d’essere morente. L’avidità del lattante s’arriccia, dunque. Solo con meno grazia.