Le “Troiane”: universalizzazione estetica del dolore

Laddove s’intende porre un’etichetta ad ogni costo alle Troiane, è d’obbligo tentare quantomeno di conglobare sotto il suo segno ogni possibile esalazione letteraria e filosofica che l’opera ci offre. Lasciandoci alle spalle riflessioni ed argomentazioni sui tessuti drammatici e sul nucleo eroico della guerra, si individua nel dolore l’asse teoretico. Se la tragedia, in generale, riconosce in esso un sostrato comune, rappresentandolo nelle varie manifestazioni che gli sono proprie, questa tragedia sembra osare di più: rappresentare il dolore in sé. Hegelianamente trattando, potremmo aggiungere che il tentativo in questione sia compiutamente dialettico, di orientamento sintetico. Le vicende belliche, per certi versi, sembrano qui costituire nient’altro che un’immagine riflessa nello specchio della drammatizzazione: quella del dolore universale. L’uomo soffre da quando calpesta terra, piange dalla caduta gnostica, si strazia da quando è al mondo; nelle Troiane si assiste all’universalizzazione estetica di ciò che è già antropologicamente universale. All’universalità del dolore si affianca l’irrimediabilità che gli è propria. Il ritratto dell’uomo, qui, incarna la dimensione teoretica della disperazione in Cioran. Il dolore di un’Andromaca qualsiasi, enfin, è la rappresentazione estetica di un dolore totalizzato e totalizzante.

Poche righe sui morenti e sulla vita che non muore: riflessioni su “L’inganno”, di Thomas Mann

Il regime naturale insegna a sfiorire. Premessa alla morte, l’imperativo imposto ad ogni lilium speciosus è quello d’arricciarsi sine die. Contravvenendo alla prassi che sia il generato a veder morire il generante, la natura di cui si predicò esser madre, l’uno in coda all’altro, accompagna i figli immondi all’altro mondo. E pare farlo con grazia rinascimentale, spurgandone i sudori ad arte.

Rosalia von Tummler «figlia di maggio», malata della sua primavera, ne morì; fu il ventre che dà la vita, assieme alle sue poltiglie sanguigne, a darle la morte. «Le raffinate combinazioni della natura!», verrebbe da dire. E il vecchio lo sa. Solo il vecchio. Egli conferisce una certa dignità all’arricciarsi; e lo fa guardandosi le mani, almeno una volta assassine. Costui mantiene un aperto interesse al morire, come il lattante ai colori che la vita pare offrirgli. E come il lattante s’ammala compulsivamente di vita, egli fa lo stesso; ma lo fa come può farlo un morente che sa d’essere morente.

L’avidità del lattante s’arriccia, dunque. Solo con meno grazia.


Bergson: il riso come dimensione dell’uomo

Nel regno delle definizioni, il filosofo sguazza. Eppure questo gioco perverso, per qualche ragione, lascia l’amaro in bocca; e lo lascia inducendoci ad assaporare l’insufficienza del de-finire. La prima intuizione di Bergson, addentrandosi nei suoi studi sul riso, è proprio questa: il primo requisito è di natura apofatica, ovvero la rinuncia alla definizione.

Ciò detto, la seconda grande intuizione risiede nel fondamento del riso. È l’umano a ridere e a far ridere. Se si riderà d’un cappello, scrive Bergson, si riderà delle forme bizzarre che l’uomo gli ha conferito, non di certo della componente materiale che gli è propria. L’uomo sollecita il riso, ne è l’origine, ne costituisce la destinazione. L’immagine dell’uomo che cade e quella dei passanti che ne ridono, portataci alla mente da Bergson nel secondo paragrafo, ci rammenta Menandro e ci lascia un retrogusto aristotelico: si ride di ciò che, per certi versi, farebbe piangere. La dimensione teatrale, qui, occupa chiaramente un ruolo di primo piano: quel che avviene sulla scena, almeno per un istante, non accade in cavea.

Il riso importa la teatralità dalla scena, assegnandole uno spazio nel quotidiano. Si riderà d’un corpo, d’una parola, d’un fatto; ma lo spazio in cui ciò avverrà sarà sempre e comunque lo spazio dell’uomo. Animale che ride e animale che fa ridere – scrive Bergson. La dimensione del comico non solo non può prescindere dall’uomo in quanto fruitore, ma anche in quanto oggetto del riso. Quando si ride, si ride di un uomo; quando non si ride di un uomo, si ride dell’umano.