Vittime e carnefici nella relazione: occorre istituire un processo (interiore)

L’urgenza, per chi ancora presta fede alla relazione e al suo concetto, è quella di istituire dei propri e personalissimi tribunali. Di frequente accade che alla vittima (di un rapporto) venga rimproverato di “vittimizzarsi”. Non solo le viene negato il proprio statuto, ma le si rimbrotta di essere quel che è: una vittima. Eppure essa non ritiene di essere tale, lo è. La morale del nostro tempo, invece, non conosce colpevoli. Tutti assolti. E, se assolto è il carnefice, non esiste più la vittima. A quest’ultima viene negato il proprio statuto proprio perché il carnefice non viene riconosciuto come tale. Egli, al più, pare un bellissimo narciso; anch’egli, al più, è parimenti vittima. Vittima dei suoi suini bisogni; al più, vittima del suo esser-carnefice. La morale del nostro (vostro) tempo assolve tutti e non condanna nessuno. Così, l’ex-moglie del povero impiegato, che ora reclama un assegno di mantenimento mensile, dopo essere scappata con l’amante di 23 anni, «avrà avuto le sue ragioni». Ragioni criminali pari a quelle del bandito. Ma no, la morale del nostro tempo ci chiede (anzi: vi chiede) di non condannare nessuno. Questo, invece, è un invito alla condanna. Si propone l’istituzione di un tribunale interiore, nel quale i giudici istruttori (dottissimi) siano le voci (rauche) dei sentimenti. Si istituiscano, pertanto, dei processi. E che essi non prevedano appelli (meno che in un caso, come vedremo). «Entri in aula l’imputato». Ai nostri processi, peraltro, quest’ultimo non parteciperà. Parteciperanno i suoi fatti. S’interroghino i fatti al dibattimento ed essi risponderanno, sempre sinceri. Il sentimento darà giudizio, tanto quanto è in grado di farlo la ragione nei tribunali ordinari.

Si prenda ora in esame un esempio. Appunti, prego.

Si ponga il caso che una sedicente fervida amante, in seguito ad un distacco, ritorni come prodiga figliola alla casa dell’amato. E si ponga che ella prometta, dopo aver a lungo meditato sulle proprie intenzioni e sui propri sentimenti, di esser pronta a dare continuità e stabilità, saldezza e fermezza. Sta di fatto che la suddetta, in una manciata di giorni, pone fine alla promessa continuità. Un tribunale del sentimento dovrebbe forse assolverla? Certo, non-amare non costituisce una colpa; ma non è di ciò che la prodiga sedicente amante è imputata. Ciò che il nostro tribunale le rimprovera è l’aver promesso quel che non è stata in grado di mantenere oltre gli appena quindici giorni solari. Qualora avesse riconsiderato il proprio sentire dopo mesi o anni, la nostra sentenza sarebbe forse stata differente. Ma dopo giorni? 

Conversamente a quanto potrebbe rivelare una rapida occhiata da brigante del concetto, la quale indicherebbe nel presente il tempo degli amanti, è nella futuribilità che questi trovano il proprio beato cappio. Chi ama è colui che promette d’amare sine die; l’amante dell’hic et nunc ne costituisce solo una pallida raffigurazione, come dell’idea lo è la cosa. Chi ama proclama la propria promessa, come il Dio ebraico ebbe a fare con la Terra. Che egli prometta d’amare per sempre, beninteso, non significa che poi lo farà. Qualcuno potrebbe dunque sollevare un sospetto: quello che di truffa si tratti. Le cose non stanno esattamente così. Non è infatti nella fattività che va ricercato il tratto futuribile distintivo dell’amare, quanto invece nell’intenzione. In altre parole, l’amante ama nell’hic et nunc se e solo se egli promette di farlo sine die. Si potrebbe dire che quel tratto sia costituito non tanto dalla futuribilità, quanto invece della sua promessa.

Ciò detto, è proprio nella vulnerabilità della relazione che trovano il punto di forza i relati. Essi familiarizzano con la minaccia addomesticandola, come si farebbe con le bestie; dispongono le proprie forze per ben strutturare gli argini, per consolidare la struttura del nido. Il tutto avviene con la stessa complicità che, oltre agli amanti, è posseduta da una sola altra categoria: quella dei criminali.

La direzione della promessa si rivela bilaterale. L’indagine interiore ne individua con il sangue la duplice urgenza: non solo all’altro l’amante avverte il bisogno di promettere, ma a se stesso. Individuato l’approdo, egli cerca di indagarne il fondale e di sollecitarne la saldezza. Chi ama non assolve l’idea assassina della fine, emettendo la ferma sentenza, senza appello, della sua condanna. Che poi, sul vilissimo piano dei fatti, la fine possa presentarsi, al momento non lo riguarda. A prendere forma è una bidirezionale fideiussione: l’altro garantisce per me relativamente alle obbligazioni che ho nei miei confronti e alle quali, nel mio esser-uno, non posso ottemperare; io garantisco per l’altro relativamente a quelle obbligazioni che egli ha verso di sé.

Quanta bellezza. Dicevamo: «Che egli prometta d’amare per sempre, beninteso, non significa che poi lo farà». E lo confermiamo. Tuttavia, se ci risulta (seppur tragicamente) umano che il “per sempre” perduri una manciata di mesi, ci puzza invece d’infamia che possa durare una manciata di giorni. Eppure, signori, il nostro tribunale è misericordioso e perdona. E potrebbe perdonare persino ciò che, a rigore, ci risulterebbe imperdonabile. Vi è, però, un nodo da sciogliere. Il perdono può esser concesso a chi lo richiede. Il reo dev’essere non solo confesso, ma anche pentito. Qui, signori, la corte si ritrova a maneggiare altra faccenda: il reo non confessa i suoi reati, non li vede, non li conosce, non li riconosce e, per direttissima conseguenza, non può nemmanco implorarne il perdono. La legge è uguale per tutti. Quella del cuore no, non lo è. È ad personam. Ma esiste.

Analfabetismo emotivo: qualche commento sulle parole di Mattia Spanò

“Ritratto del dottor Gachet”, di Vincent van Gogh.

Tempi da poco per gente da poco. E gente da poco, lo si sa, segna tempi da poco. Generazioni (e individui) non in grado di riconoscere le proprie emozioni, per quanto mi riguarda, destano la stessa preoccupazione di chi non risulta in grado di provarle. Il quadro descritto dall’amico (nonché validissimo studioso) Mattia Spanò, lontano da ogni volgarizzante semplificazione, è crudo come una viscera animale. Il rigetto netto dell’uomo contemporaneo nei confronti dell’atto di riconoscimento dell’emozione, il quale costituisce anche la premessa al mancato esercizio della propria responsabilità, s’accompagna al disconoscimento del sentimento; talvolta, il che risulta ancor più inaccettabile, al rifiuto di definirlo pur avendolo conosciuto e riconosciuto. La tesi di fondo è dal sottoscritto ampiamente condivisa: l’emergenza in questione non è certo figlia solo del “cuore”. Le società contemporanee (quantomeno quelle occidentali) stanno sperimentando nel proprio insieme un processo di radicalizzazione tecnica, “lato sensu”. Tale radicalizzazione tecnica, aggiungo, può essere allogata nell’ancor più ampio bacino della liquidità predicata da Baumann. Dallo stato liquido, forse, si è addirittura passati a quello gassoso. Ad essere oggetto di ricusazione, nel loro complesso, sono la struttura, la solidità, la definizione, la dimensione progettuale (specie quando quest’ultima include l’alterità). Del resto, questi sono i tempi dello “streaming”. E, così come un contenuto cinematografico viene riprodotto senza salvarne il relativo file sul proprio computer, né tantomeno acquistandone un supporto fisico come il DVD, anche ai “contenuti emotivi” pare sia stata assegnata la sorte dello “streaming”. «Ti amo senza impegno». Dell’emozione e del sentimento, insomma, si fruisce soltanto. E non solo: «Disdici gratuitamente quando vuoi. Prova per un mese».

* Parole e periodi tra virgolette (o caporali) non sono estratti dall’articolo di Mattia, sono miei. Del resto, ne avrete certamente già avuto il sospetto, in quanto vi fosse ravvisabile la mia tendenza allo sproloquio. Vi rimando all’articolo completo del caro amico, del quale apprezzerete invece l’assoluta coerenza. http://www.siculorum.unict.it/views/avviso.php

Branduardi: arte e refe dello spirito nel «Kyrie Eleison».

Per lo spirito, tempo di penuria e di magrissime vacche. Nel secolo in cui persino la spiritualità sembra essersi ridimensionata e incasellata in certi suoi automatismi, Angelo Branduardi sembra costituire uno degli ultimi propugnacoli di quell’arte che conversa con il sacro, che approda alla mistica, che riferisce la bellezza al suo primo luogo: l’Assoluto. Nel «Kyrie Eleison» (il cui ascolto è stato reso disponibile gratuitamente per una settimana) si intreccia il refe di cui s’è detto. Dall’umo della Missa Luba, Branduardi e Luisa Zappa hanno cavato fuori una gemma nitentissima e dura.

«Ed un lume non basta

per portarmi la luce.

Tutto il pane non basta

per saziare la fame.

Tutta l’acqua non basta

per calmare la sete».

Nel fare dell’uomo v’è, insomma, cortezza. Carenza e miseria si abbracciano; e lo fanno in un abbraccio che è esiziale. Si leva un grido volto all’Assoluto. La risposta che perviene all’orante ricalca i toni della domanda, lasciandoli emergere come sondati. Il silenzio s’è rotto come le acque di madre. Peraltro la risposta è barbicata nella domanda. Se «tutto il fuoco non basta per scaldarti le mani», è perché il vero fuoco sta al di là del fuoco. «Oltre le ombre cammina», dunque.

Traditi e traditori

In materia di tradimento. Tràdere: consegnare, dare, passare. Il tradimento è anzitutto un passaggio, dell’altro o di sé. Ecco, allora, che il consegnare diviene un consegnarsi, il dare assume la dimensione del darsi. Si dovrebbe dunque dire che, almeno nella forma del tradimento in amore, vi sia da cogliere un paradosso: il vero tradito, nel suo senso letterale (consegnato, passato), non è chi resta (soggetto di cui ci occuperemo dopo), quanto invece chi va. E va da un’altra parte. Egli passa, egli si consegna, si dà ad un altro. Risulterebbe tuttavia ingannevole attribuire una forma passiva (tradito) a chi ha assunto, invece, un comportamento attivo. Il traditore è consegnato, sì; ma si consegna da sé. Egli è il fatto ed è il suo fautore; è l’artefice e il suo artificio. Non di un traditore occorrerebbe parlare, dunque; e non potrebbe dirsi neanche tradito. Piuttosto, con una forzatura, lo si potrebbe definire un soggetto tradentesi. La forma riflessiva restituisce giustizia al concetto. Quanto al tradito comunemente inteso (chi resta), egli non è oggetto di alcun passaggio.

Avanzo l’ipotesi, non so se già dibattuta, che l’attribuzione del participio traditus alla parte offesa, forse, sia storicamente dovuta all’influsso del Cristianesimo nello sviluppo della lingua. Com’è noto, infatti, secondo la dottrina cristiana il figlio di Dio, nel frangente in cui venne tradito, fu anche fisicamente passato nelle mani di chi lo volle morto.

Verità dell’eros

Scrissi che della verità si prende atto su di un letto. La «conoscenza in due», così come la definì Sgalambro. Il letto ospita, ma tanto quanto è ospite esso stesso. Ad ospitarlo è la trascendenza dell’atto coitale. Gli ardori di uno spasimo confinano la fisiologia, rendendola impotente a dar conto del frangente estetico, così come di quello estatico. Nell’atto degli atti, quella trascendenza che unisce si mostra nella sua peculiarissima duplicità.

ἁναγνώρισις, ci insegna la tragedia greca. Un protagonista riconosce, ex abrupto, un personaggio altro da sé. Da tale riconoscimento, prende forma la chiusa; riconoscere l’altro determina il corso dei fatti, l’inspiegabile stratificarsi degli eventi. (Eppure, come lo stesso mondo greco insegna, talvolta homo sapiens non riconosce. Odisseo non è riconosciuto da Penelope. Ne è lo sposo, è amato; eppure, la donna dal lungo filare, al suo cospetto, non lo riconosce. Talvolta non si riconosce, talvolta non ci si riconosce. Se ne discute di frequente con l’amico Stefano Piazzese).

Il trascendere sta nello stringere chi è altro, così come nell’approdare alla vaporosa forma, alle diafane strutture di ciò che sta oltre il mondano. Nelle lenzuola, come nei sudari di certi sepolcri, si amano i profumi dell’oltre, i nobili effluvi dell’altro. Qualcosa accade. E la logica non sa dire cosa. «Mi nutre il tuo corpo! Mi salva da ignobili croci!», dice lo sguardo. Nobile cibo è l’altro, pietanza gloriosa, nettare patrizio, eucaristia. L’atto che è proprio del letto, del resto, non può che dirsi eucaristico. Comunione. In comune son messi, come nel tragico della guerra, i corpi; in comune è la misterica emissione fonica, in lingua mal nota, sconosciuta, eppure familiare; in comune è il sussulto, lo è l’occhio che quasi lacrima, che stilla, che non ne ha vergogna; in comune è quell’andirivieni il cui tratto è breve, quell’oscillazione vivissima che può persino dare la vita; in comune è la violenza che è propria dell’atto, dell’impeto di chi accede e incede nel corpo; in comune è la fame, in comune è il languore, solutio all’uggia, al formidabile tedio dei vivi; in comune è il nutrirsi dei densissimi fumi del desiderio, dell’inclito servizio del corpo, stretti e incendiati nelle notti più calde.

Figlia

Figlia,

Figlia che corri al tuo prato, figlia che piangi sul letto. Figlia che mangi, figlia che corri, figlia che stringi. Figlia ogni volta che perdi. Figlia che dimezzi il sorriso. Figlia che abusi della rinuncia. Figlia che viaggi; e lo fai da ferma. Figlia quando ti volti. Figlia chiassosa, rumorosa. Figlia che nutri le stanze; di parole per le mie assonanze, di abbracci tremanti, di speranze. Figlia quando posi su rami spezzati. Figlia che giochi dietro al cespuglio; figlia ogni volta che tuoni e ti penti. Figlia quando ti abbandonerai al silenzio di chi verrà ad amarti. Figlia, forse avrai vent’anni e vestirai ancora il tuo bianco. Passeranno giorni in cui i tuoi occhi non vedrò, ché non li hai ancora. Eppure, un giorno, ti diranno: «Tuo padre t’amò tanto, anche quando non ti era ancora padre». Figlia affamata. Ti insegneranno gli amici, ti tradiranno feroci, verranno parole aguzze. Ti mentiranno alla soglia e, che Dio non voglia, proprio di notte aggrediranno i tuoi sogni. E tu non temere, nel sonno non tremare; ché, ad ogni tuo sussulto, un fetore di tabacchi orientali ti giungerà al fiuto. E, quando t’avranno punto, correrò a dirti che no, non è nulla. Ché ti sarò eterna culla. Ed eterno è il nome che non hai, che eppure sei. Guerriera dal cuore deluso, dall’occhio offeso dal crocchio. Dolcissime notti possa darti il tempo. 

Dialoghetto tra Socrate e un “vigologo”

Il lettore mi concederà di immaginare un mondo che il nostro non è. Il riferirsi a cose o persone, pertanto, sarà un giochetto del caso, che a nessuno intende recare minima offesa.

Talora capita un “che” che la ragione fatichi a spiegarsi. Avvenne allora, un giorno, che Socrate si svegliò nell’anno 2020. Subito egli venne a sapere d’un saggio, di un “vigologo”. Questi dimorava su un’altissima torre, con suoi fedelissimi amici. Di tanto in tanto, a piacevolissimo turno con questi suoi prodi (prodissimi), s’affacciava sulla piazza a servire succulentissime verità. Si diceva che queste fossero delle più inviolabili; egli, allora, preso con sé il suo devoto discepolo, Sconcerto, si mise in durissimo cammino verso l’alta torre. Il nostro Socrate, una volta giuntovi, venne ricevuto da un imprecisabile numero di servi (ministri per l’appunto).

– Benvenuto, maestro.

-Grazie a voi dell’asilo che mi è dato. Chi siete?

-Noi siam ministri, maestro. Noi serviamo.

-E chi servite?

-Dipende. In un passato remotissimo (almeno così ci è narrato dai nostri avi) servivamo il popolo. Oggi serviamo la scienza.

-Che altissimo impegno, il vostro! E pregevole è il vostro larghissimo dare! Ditemi di più, vi prego. Quale sarebbe questa scienza che servite?

-Vede, maestro, oggi serviamo la “vigologia”. O, per meglio dire, serviamo i “vigologi”.

-Oh, benissimo! Non chiederò nulla dell’oggetto di tale scienza, poiché oscuri mi sarebbero i contenuti. Come voi sapete, pervengo da un lontanissimo passato; allora non v’era “vigologia” regnante, né incipiente.

-Non si affanni, maestro. Vede, la “vigologia” non si regge su contenuti.

-Come sarebbe a dire?

I ministri condussero Socrate in un ampissimo vano. Vi regnavano, a turno, il marasma e il tumulto. Decine di uomini urlavano e si urtavano con delle pertiche. Uno di loro portava sul petto una coccarda sbiadita. Si fece avanti.

-Maestro, lei è il benvenuto. Sono l’altissimo vigologo.

-Vi sono grato. Ditemi, allora. Ditemi del vostro far scienza.

– Vede, maestro. Osservi accuratamente (e con imperato scrupolo) il pregiatissimo tessuto della mia giacca. È blu.

Dal fondo della sala, si fiondò un vigologo con una pesante mazza in mano, saettandola contro l’altissimo.

-È rosso! Dannazione, è rosso! Come dovrò mai spiegartelo? Imbelle! Maestro, tralasci l’opinare dell’altissimo (ché tanto alto non è). È rosso!

Il poveraccio si levò da terra. Spolverò la giacca (rossa o blu, non ci è dato a sapere).

-Statemi a sentire. Ne discorriamo da giorni, senza venirne nemmanco succintamente a capo. Qualcosa, al popolo, dovremo pur dirla. Diremo “rosso”.  Non se ne parli più.

Socrate rabbrividì. Bramò, per un frangente, di tornare a bere ottime cicute.

“A proposito di niente”, autobiografia di Woody Allen. Intervista ad Elisabetta Sgarbi (Publisher “La Nave di Teseo”) – di Giuseppe Di Fini

L’autobiografia di Woody Allen è già disponibile in digitale (la versione cartacea lo sarà prossimamente). Vi propongo la lettura della mia intervista ad Elisabetta Sgarbi, Publisher presso “La Nave di Teseo”.

1.    Woody Allen, ancor prima che formidabile maestro del riso, è una finissima voce narrante. Il genio di Manhattan forgia i suoi mondi e li pennella, su schermo o su carta. Qual è il mondo che si profila nella sua autobiografia?
Woody Allen ragazzino sembra uno scugnizzo napoletano, che si muove in un film neorealista. Selvaggio, furbo, iconoclasta, pieno di vita, curioso di tutto. Poi Woody Allen adulto e’ più vicino all’immagine che ne abbiamo noi: ma neppure troppo, perché in fondo rimane quel ragazzino innamorato dei briganti e dei fuorilegge che combina continuamente guai e che non si prende mai troppo sul serio.


   2.   Allen, qui, narra se stesso. In che misura il ritratto del regista si tramescola con quelli dei personaggi che ha interpretato?
Allen sembra avere interpretato al meglio quanto scriveva Montaigne per i suoi saggi: “Gli altri formano l’uomo; io lo racconto e ne rappresento uno in particolare assai mal fatto, e il quale, se avessi da modellare nuovamente, farei invero diverso da quel che è. Oramai, è fatto.” Penso che Woody Allen sia il più riuscito Montaigne del cinema. 

   3.    Ritengo inammissibile (oserei dire, senza misura, anche criminale) ogni forma di censura dell’arte. La caccia alle streghe, questa volta, ha trovato in Woody Allen una preda mediatica. Riflettori, sì, come in scena; a quanto pare, però, qualcuno stavolta ha preferito puntarli su dei (vacillanti) capi d’accusa. Dalle pagine della sua autobiografia, il regista lascia emergere una posizione netta e lucidissima. Quale?
Come ha detto Romagnoli su Repubblica, in questa vicenda si sono scambiate questioni giudiziarie con beghe familiari. Woody Allen non conosce regole, ha avuto quattro mogli e l’ultima donna che ha sposato e’ la sua figlia adottiva. Ma si amano, o comunque non si può e non si deve dubitare del loro amore. Non ne abbiamo il diritto. E comunque la giustizia ha detto che non sussistono i capi d’accusa. Dunque la censura – che comunque oramai ottiene sempre il contrario di quanto vorrebbe – e’ senza senso. E infatti il libro e’ edito in tutto il mondo.

   4.    «Non v’è nulla di comico al di là di quel che è propriamente umano», scrisse Bergson. Allen, dell’umano, è un astuto indagatore. Quanto e su quali profili ha indagato nelle sue pagine più intime, ovvero quelle della sua autobiografia?
I suoi fallimenti. Una autobiografia, di uno scrittore vero, quale e’ Woody Allen, non può che insistere sulle cadute. “Nelle cadute” come cantava Battiato “c’è il perché della Sua assenza”. Dell’assenza di Dio.

   5.   Regista, attore, sceneggiatore, ma anche musicista e scrittore. Chi non ha ancora avuto modo di imbattersi in quest’ultima inclinazione elencata del genio di Allen, al di là delle proprie attese, quali sorprese incontrerà in A proposito di niente?
Infinite sorprese, a giro di pagina, a cominciare dalla sua nascita. Azzardo a dire che “A proposito di niente” e’ il più bel film di Woody Allen.

A proposito di niente

Sessualità: immanenza del desiderio e trascendenza (parte I)

L’alterità è il solo bacino e la sola possibilità. A tre anni dalla pubblicazione di Blanche, su cui volontariamente ho fatto silenzio, tornerei a ribadirne con forza le battute finali, ovvero le uniche investite da una missione: dare senso a tutto il testo. Qualcuno l’ha compreso, altri no.

Homo è errante. Egli calpesta terra da migliaia di anni, errando nella duplice accezione dell’errare. Ce lo insegnò la Gnosi. Homo erra e raglia. Nel suo ragliare, dà nomi alle cose. «Ma la verità addusse nel mondo dei nomi, poiché è impossibile insegnarla senza nomi» (Vangelo gnostico di Filippo). Benvenuti nel regno della categorizzazione, in cui tutto si nomina, perdendo parte del tutto. E perdendone la parte migliore. La netta cesura che si volle individuare nel rapporto tra sessualità e sentimento, a ben guardare, meriterebbe alcune revisioni.

Se, come scrive Simmel, «appena è presente l’amore in questo senso teleologico, commisurato ai fini della specie, esso è già anche qualcosa di diverso, che trascende tale condizione», ciò si deve alla trascendenza della sessualità stessa rispetto all’ordine naturale. Il desiderio, qui, si offre come chiave. Lo scenario è commisto, le sue logiche intrecciate. Nell’errare di Homo, egli incontra l’altro e l’immagine che gli appartiene; ne sviluppa una fiorita anatomia. È, per l’appunto, l’Anatomia dell’immagine rintracciata da Hans Bellmer. Approdo primario all’alterità, essa si regge sul desiderio, il quale, «quanto all’intensità delle sue immagini, non prende le mosse da un insieme percettivo, bensì dal particolare» (Bellmer). Il primo effetto della produzione estetica dell’altro, al di là di tutto, è la produzione estatica che le consegue. L’altro è; e la sua immagine è la mia estasi. L’amante si fa legislatore abrogante: ogni muro va abbattuto. La re-latio è la mia ambra, l’altro è il sogno aulente.

La distinzione operata da Lacan tra reale e realtà, prima ed oltre la dimensione psicanalitica, porrebbe una prima battigia. Il reale sarebbe, per l’appunto, la dimensione del desiderio e dei suoi artigli; la realtà si limiterebbe alla miseria della cornice quotidiana, alla condanna a mediocri orologi e scrivanie. Se nel desiderio si ravvisa un richiamo al reale, dunque, ciò avviene per il semplice fatto che esso sia il reale stesso. Il richiamo alla normalità (intesa come tessuto di norme morali, sociali e, più in generale, proprie del patrimonio collettivo), operato dalla realtà, nulla può al cospetto della forza brutale del reale. Chi desidera è pronto a tutto. È qui il caso di porsi una domanda: può il desiderio rientrare del tutto in una prospettiva naturalistica? È proprio lo stesso Freud a prendere le distanze da una simile posizione. Recalcati ha già sufficientemente evidenziato come egli «escluda la riduzione della vita sessuale al paradigma naturale della riproduzione. Egli scopre che la pulsione sessuale è fondamentalmente autoerotica, cioè punta al suo proprio soddisfacimento, il che significa che nel corpo umano c’è qualcosa di bizzarro che non risponde alle leggi della natura, alle leggi della riproduzione». Nella sessualità, insomma, v’è qualcosa che sfugge al controllo da parte di quella stessa natura che l’ha generata. Figlia di quest’ultima, la sessualità trascende le più sofisticate fisiologie naturali. Se nelle dinamiche rilevate dall’evoluzionismo biologico la sessualità è stata prodotta, quest’ultima le ha poi trascese.

Amore e affinità elettive come ordinamento (parte II)

«Send me an angel. Save me». La dimensione salvifica dell’amore può essere così saldata in parole. Sono quelle di David Lynch, in Good Day Today. L’angelo alato, come alata è l’aquila che Nietzsche riconobbe nella giovane Lou: «Ma poi il caro uccello Lou mi traversò a volo la strada, e io lo credetti un’aquila. E a quel punto volli che l’aquila mi restasse accanto». Le scrisse il 4 agosto 1882, da Tautenburg. Sovversione e ribaltamento. L’amore è culto del rovesciamento. L’ordine sovvertito è la messe dell’incompiuto. E così l’ardore si fa portatore di senso; laddove il senso è anche quello di marcia. La nota caratterizzante di questa costellazione è la duplice teleologia che le appartiene: salvezza aquilina e dannazione del corvo. «Ciò che non ha il nerbo di innalzarci in alto,  ebbene, ha di certo la possanza di scagliarci nel vuoto», scrissi altrove. Ecco: amare è possibilità, amare è entrambe le possibilità. E, se la possibilità sta più in alto del reale (ci abbeveriamo qui alla fonte di Heidegger, ma servendocene per altri scopi), l’amato vive di tale possibilità. Urge precisare, in quanto l’appena citata osservazione del filosofo di Sein und Zeit pare piuttosto abusata, che ciò che egli intese affermare (in un contesto del tutto diverso dal nostro) fu una piena coincidenza di possibilità e realtà. Se, per chi è amato, l’amante pare l’unica possibilità, ecco allora che egli emerge come sua decretata realtà. Nel suo emergere, l’amante è emersione ed emergenza. Egli pare trasudato dal nulla e prorompe; egli è distinto e distingue, scalcia nel grembo del possibile. «Signori, la biografia dell’Io non è ancora stata scritta» (Benn). L’amante sfila allora una delle sue penne dorate, poiché egli s’è fatto angelo. Egli pare bisbigliare all’orecchio di chi gli è diletto: che nulla ti sia più implume.