Gli ultimi saranno i pini (ovvero, elogio del silenzio)

Da una prima premessa (ovvero che tacere è un’arte) e da una seconda (che l’artista è raro), segue che a tacere sono in pochi. Tre categorie di tacenti: 1) quelli che non hanno da dir nulla; 2) quelli che non dicono per timore di vomitare idiozie; 3) quelli che non dicono perché avrebbero troppo da dire.
Alla prima schiera, s’accede più facilmente di quanto si pensi. Si tratta, infatti, di una semplice variante del ciarlatano: la differenza, non indifferente ma nemmanco sostanziale, risiede nella via negationis tracciata dal soggetto.
Nei confronti della seconda categoria, ho sempre nutrito un certo favore. Trattasi dei pudici della parola. Realizzato di aver poco da dire, pudore e prudenza vengono a costituire le direttrici di questi miti militi. Rinunciato allo sfarzo e ripudiato lo sfoggio, han fatto del silenzio il proprio mandato.
La terza area, quella sapienti, pare abbia rinunciato alle proprie pretese dai tempi di Carneade. Ragion per cui, beninteso, agli appartenenti al ceppo è ormai comune il ricorso allo sproloquio.
L’auspicio di chi scrive, caro lettore, è che possa fondarsi un’etica della parola. Etica che si appresti a dare il verbo ai muti e a toglierla, se necessario, ai parlanti. Ma gli auspici, come del resto è noto, son roba etrusca. Chi è in cerca di silenzio, faccia sodalizio con un pino.

Apoteosi della fine

Si inizi da dove non partì mai nessuno: dalla fine. E si finisca in fretta. L’apoteosi della fine non è semplicemente un volere (che, come dicemmo, va sempre tra l’altro evitato); essa è il volere, l’unico volere  contra scientiam. Far proprio l’esercito nemico; poi, un sospiro di pace. Il pensato fu consegnato ai lamenti, come va fatto con i cadaveri. Qui si crede in una filosofia per garantire a se stessi che non ve ne siano altre. Perché sia così, il filosofo non deve ricevere investitura alcuna: le muse restino al loro posto ed egli al proprio. Non venne chiamato: il filosofo si chiama da sé. Così come anche le sue creature concettuali si adagiano sui pensieri abituali e vengono fuori, come se qualcuno le avesse mai richiamate al suo ventre. Dato che chiunque parli di qualcosa, per un momento, se ne appropria, il filosofo possiede ciò di cui blatera; conosce i mali perché li ha accolti in sé, per anatomizzarli meglio. Ciò che è in suo possesso, occorre osservare, comprende peraltro le damnationes de mundo e i pericoli che esse determinano. Ci ritroviamo come benevoli sciacalli, tra le macerie, in cerca di rimasugli di ciò che fu detto un tempo. Agguantare quel poco che rimane di quel poco che vi era di buono; ignorare il resto e rendersi conto di quanto non fu detto. La verginità del nostro concetto è data dal rifiuto del divieto che ad esso si pone. Ma il dolore del filosofo è un dolore della ragione; esso non è nessun frutto di abnegazioni, ma figlio di un qualche desiderio.

Olio al serio (ovvero, brevi considerazioni sull’umorismo)

Tanto s’è scritto e tanto si scriverà sull’umorismo. Non toccherà a noi districare certe matasse, in quanto: 1) non è nostro imperativo; 2) non ci è stato chiesto; 3) ho una forte emicrania. Occorre però, come in ogni caso simile, evitare facili conciliazioni tra gli opposti, preferendo loro, quando necessario, la proclamazione delle più insidiose divergenze tra modelli. Stiamo parlando dell’opposizione tra due homines: la scimmia dal facile riso e quella dal muso di trota.

Per eccesso di determinazione, avendo subìto e assorbito certe smanie classificatorie proprie di Ugo di San Vittore (che di cataloghi e suddivisioni fece l’oggetto del proprio mestiere), potrei essere portato ad arricchire la trattazione di ulteriori sottocategorie. Ci limiteremo peraltro ai due citati modelli, lasciando le ramificazioni al lettore, che in tale occasione si riscoprirà taglialegna.

Dovrebbe ormai essere chiaro ai più il tramonto dell’antico monito, rivolto agli imbelli più che agli ottimisti: risus abundat in ore stultorum. Il volto che non ghigna, ad oggi, è volto che generalmente non ha di fronte alcun altro. Semplicemente  perché lasciato da solo. E le motivazioni son chiare: il ghigno assicura e rassicura. Il mondo ride e che tu non lo faccia ti rende sospetto. (Andrebbe soggiunto, per par condicio, che il nemico del ghigno è in realtà il sospettoso per eccellenza). Olio bollente al serio, dunque. Alla maniera dei Giudei coi Romani. In alternativa, vi son sempre le Gemonie.

La Scala dei Turchi si trova in Turchia

La richiesta di competenze geografiche, secondo alcune opinioni, avrebbe dovuto conoscere una crescita esponenziale a seguito del progresso del mondo e del suo farsi piccolo. Che i confini si abbattano e che qualche Airbus, in poche ore, possa sputarci dall’altra parte della Terra: basterebbero tali elementi (cui, del resto, se ne potrebbero aggiungere altri) per supporre che oggi, più facilmente che vent’anni fa, alla domanda:

—Dove si trova Tokyo?

la maggioranza degli intervistati risponda:

—In Giappone.

Può anche darsi; nostro obiettivo non è confutare i possibili (almeno al momento). Un po’ come in certi film, quando il serial killer rassicura la sua 34ª vittima che non le accadrà nulla, ma solo perché le riserva non liete sorprese in futuro.

In un Universo parallelo, la Scala dei Turchi si trova in Turchia. Del resto, perché non restituire ai nomi la pregnanza delle cose? Ma tutto ciò ci riporterebbe al dibattito sugli universali, che tanto ha animato la storia della filosofia e tanto ha decostruito le solide certezze di molti. Ci fermeremo qui, dunque.

Una Scala dei Turchi in Turchia. Un po’ come se, per dare a Cesare quel che è di Cesare, si cercasse realmente per strada un Cesare cui dare il da darsi (o cui restituire il tolto). Potremmo saldare un debito, derivante dal continuo ricorso al richiamo: “Fumi come un turco!”. La rivalsa dei turchi, dopo anni di ingiustificate attribuzioni. 

Spunto e virgola

Le letture recano con se stesse il senso della sorpresa. Per fortuna. Se non fosse che, talvolta, si preferirebbe non trovarle. Spacchettando buste d’insalata, è sempre possibile (e il lettore lo sa) trovarvi ospiti dal doppio paio d’ali; parimenti, l’occasione letteraria è sovente accompagnata da sorprese altamente pregnanti.

S’eluda l’odiosa prassi accademica della nota a piè di pagina, di cui me medesmo mi vergogno, per dirla petrarchescamente; i piedi, si sa, puzzano, fossero anche di carta. S’eluda  anche lo spirito informativo proprio dell’opera didattico-manualistica, per le cui esultanze si è portati ad informare il lettore che la citazione X si trovi alla pagina Y del libro di A, edito dalla Mentula Edizioni, nell’anno 0.

Altra, però, è la prassi ad oggi diffusa. Alla citazione, per sua natura richiamantesi ad un altro, viene meno la propria àncora: l’altro, per l’appunto. Non è difficile, pertanto, sentire odor di Schopenhauer, di Svetonio o di Numerius Negidius tra le pagine di un contemporaneo. Da che mondo è mondo, per carità, lo studioso ha sempre tratto spunto da un suo pari. Ed è anche un bene, aggiungiamo. Occorrerebbe peraltro attenersi alle seguenti regole: 1) nel caso in cui l’autore si limiti a trarre ispirazione dal testo di X, potrebbe non essere necessario riportare nomi e cognomi; 2) nel caso in cui l’autore copi e ricopi, tagli e ritagli, sarebbe opportuno accompagnare le righe con un “come dice Y” o con un “si legge in A”.

In alternativa, è sufficiente una fotocopiatrice.

Lo sbadiglio accademico

Poiché ogni quid ha un prius, tutto è rigorosamente fondato. Tale legge è valida anche rispetto al convegno accademico, in quanto l’istituzione d’alto sapere necessita d’un fondamento. Qualcuno potrebbe credere (legittimamente, s’intende) che il convegno si fondi e debba fondarsi sul quel solido piano che l’etimo suggerisce: cum-venire. Esso si fonderebbe, insomma, sul dialogo di idee (a patto che i generatori di idee siano sempre gli stessi, ma questo rimanderebbe a Federico II, motivo per cui ci fermeremo qui, in corsia d’emergenza).
Dicevamo, dunque, dell’urgenza di reperire un prius dell’accademico convenire, diciamo il fundamentum incocussum della sua forma istituzionale. Non lo si riscontra, di certo, nei fervori simposiaci propri del fare di certi platonici. Alcuna garanzia ci offre nemmanco il ritenere fondanti le dinamiche del quodlibet medioevale. Peculiarità del dialogo di idee dell’accademia contemporanea, di solito, è quella di un salto ulteriore rispetto al passato: si è riusciti ad intrecciare dialoghi di idee senza idee. Il dialogo si è, insomma, privato del suo oggetto. Del resto, chi ci obbliga al contenuto, se ci si può liberamente limitare al contenente?
Ci avviciniamo, dunque, al riscontro. Secondo i dettami della legge dell’evidenza lasciataci dal buon Cartesio, il fondamento di cui siamo in cerca, tra uno sguardo e l’altro, dovrebbe apparire. Dunque, lettori: quale elemento è mai assente al convenire di cattedratici in odore di ambita e fasta pensione? Cosa non manca mai alle tavole rotonde (fossero anche quadrate) dell’istituzione d’alta cultura del Duemila? Ripensate alle pose da spiaggia libera, alle mani ciondolanti dalle poltrone della platea. Ripensate all’occhio socchiuso dell’audente e a quello dell’orante, costantemente rivolto all’orologio.
Cercavamo il fundamentum, dunque. L’abbiam trovato nello sbadiglio.

La presa della pastiglia

La storia ci insegna (parafrasare è un lusso che va concesso a chi scrive, in quanto, generalmente, altri lussi non ha) che ogni 14 luglio 1789 (chi ha detto che un giorno, una volta fissato in un anno, perda la propria futuribilità?) conviene star lontani da certe fortezze (specie se vi ha soggiornato Voltaire).
Dacché non è mai stato sufficientemente chiaro quali fatti e quali eventi siano effettivamente da considerare “storici”, ci sorge qualche legittimo dubbio (ammesso che, tra i dubbi, se ne possano annoverare di illegittimi). S’è discusso, anche se non troppo, in dottrina, dei margini tra lo storico e il non-storico. Tra queste categorie, potremmo instillare, sotto benedizione di tale Proclo, numerosi altri gradi; mi passerete, pertanto, un brusco passaggio dall’ipostatico all’ipostorico.
Vi sarebbe, dunque, più vicino al fatto storico che a quello non-storico, il fatto quasi-storico. Potrebbero farne parte tutti quei fatti che, pur non potendosi collocare chirurgicamente sulla linea del tempo, rinunciando dunque all’imperativo cronologico proprio d’ogni tentativo storiografico, assumono veste storica in virtù della loro pregnanza. Esempio: se è vero che ci risulti estremamente arduo individuare valide datazioni del passaggio da Illuminismo e Romanticismo, è anche vero che tale passaggio vi fu. Esso fu graduale e la gradualità, si sa, piace ai neoplatonici, non agli storici. Sta di fatto che, tra lume e passione (mi sia concessa tale categorizzazione sommaria, dovuta all’obiettivo della trattazione, ovvero alla rinuncia a qualsivoglia obiettivo), il passo vi fu. Ma fu un passo di lumaca. Il grado ipostorico del quasi-storico, dunque, accorre in aiuto.
Altra categoria sarebbe quella dell’eventualmente-storico. Come ignorare, del resto, tutto ciò che non s’è compiuto ma che avrebbe potuto compiersi? Un po’ come quando, trasferendoci sul piano della vita domestica, si manchi la presa della pastiglia. Ogni vegliardo che si rispetti, nelle prime ore della giornata, ha quotidianamente appuntamento con cure dettategli dal proprio medico. E, se malauguratamente dovesse dimenticarsene, potrebbe costargli caro. Proprio come accadde a Robespierre. Più o meno.

Il relitto

Acque di uno stagno: una volta sedotte e conturbate dalla caduta di un calculus, rivelano all’occhio il riflesso larvale di un paesaggio. Eccolo, il semidio, sconfitto nelle sue vomitevoli imprese: regge i brandelli delle sue carni decomposte e ne apprezza le fattezze; nell’atto di sbavare di fronte alla sua preda, guerreggia contro l’obiectum che non può afferrare. Zimbellatore di ciò che detesta, soltanto un homo adversus al suo volere, ebbene, può. Ha inizio un duale spettacolo. Un esilarante entracte ne divide i dovuti massacri. Scrivere della verità, beninteso, è scrivere su una lapide. E poi? È la filosofia quel che resta del filosofo? O è il filosofo quel che resta della filosofia? Il reliquato del suo pensiero non poté che essere egli stesso. Quell’odioso filosofare come contemplazione del relitto. . . È quando il filosofo si innalza (o si riduce) alla sua filosofia che questa prende forma. L’amante del relitto addolcisce il tanto pesante concetto. . . e lo sostituisce con la sua tanto leggera applicazione umana. Che ad essere schiacciato sia io, pensai, non il concetto. Una vera filosofia è figlia del dolore che ne fu il padre. Essa è il prolungamento, l’evoluzione del dolore; a volte, il dolore stesso. Il resto non è che fisica teorica. Il filosofare, dell’io, è l’ultima parola, quella che non va pronunciata; se non consegnando se stessi. Quell’odiosa convinzione di cognoscere il vivere semplicemente vivendo. . . Come se, dall’imposizione dell’atto di vita, prendesse già piede una qualche forma di sapere. Ecco cosa il filosofo deve sopprimere e, con essa, il sorriso di Kant. Il vivere va studeato, come si studiano le mosse del nemico.

Ridenti e involute scimmie

La falsità, contro cui s’oppose l’idealismo, che ogni civiltà non fosse che i propri numeri, lascia oggi intendere più che negli anni di Spengler. La legge dell’intercambiabilità sociale: un essere vale l’altro, dunque non è più. Esso non vale. Errore fu considerare l’uomo dimorante nel mondo. Ciò fu scheletro della ragione storica. Nutrimmo una qualche avversione all’insufficienza; quel che contò fu restarne fuori. Il susseguirsi dei giorni priva di senso quel dinamismo contemplativo che ci ripulì dalla Critica. Lo stratagemma della Religionssoziologie è proprio la sua asocialità; la grandezza di una scienza sta nel tentativo di provare ciò che è avverso alla sua definizione. Schiacciati dal peso della definizione che ad essi spetta, non cedono forse anche i concetti? Che la burla di Frazer sia stata dannata occasione, non vi fu alcun dubbio; ma fu essa occasione proprio perché fu dannata. L’appartenenza ad un genere (quello umano) che si disse celeste, si traduce nel profilo di un genere che non si vuole più. . . inopportuno, come fu la macchina a vapore. Nessuna appartenenza di sentimento alle ridenti e involute scimmie: ne rimane un’appartenenza di fatto.